Sabato, 21 Gennaio 2012 07:01

Mauri, scultore-carpentiere e il ponte che diventa poesia

Scritto da  Gian mario Andrico - Giornale di Brescia
ponte san vigilio ponte san vigilio

A due anni dalla scomparsa (maggio 2009) si ritorna a parlare di Giuliano Mauri, l'artista lodigiano di fama internazionale. Dello scultore, Padernello ha il privilegio di conservare l'ultima sua opera, eseguita tra la primavera e l'estate del 2007: Il Ponte San Vigilio. Ora tutta una serie di iniziative, convegni, mostre e dibattiti, lo vogliono evocare, lo andranno a ricordare affinché tutto ciò che Mauri ha ideato ed eseguito in giro per il mondo non venga sperperato.

Le numerose manifestazioni già in calendario o in fase di progettazione si consumeranno nell'arco temporale di quattro anni (2012-2015) e saranno organizzate in quei siti dove Mauri operò, in terra italiana così come all'estero. Tanti sono gli apparati culturali, pubblici o privati, che hanno aderito all'articolato progetto commemorativo: fondazioni, Comuni, gallerie d'arte, Università, Province e Regioni. Anche nel castello di Padernello si andrà ad allestire un'antologica dedicata all'artista (marzo-giugno 2012).

Ma che cosa ha ideato lo scultore per le contrade del mondo di tanto importante, di così impegnativo e suggestivo? Opere che sono pretesto, trame meditative, richiami diretti all'esistenza interiore… sono le sue «creazioni naturali». Qual è il testamento che Giuliano ha voluto scrivere e lasciare in eredità ai suoi contemporanei? Il suo lavoro è rimprovero per non saper altro fare che riflettere il vuoto che ci fa «cianciare» a vanvera, tanto per dire. Senza lume.

Lo scultore sapeva veramente mettersi in relazione con l'essenza naturale; si impegnava, sul serio, a non arrecare offesa; si spaventava davanti all'idea di prevaricare la verità delle cose. Sognava, Mauri (quello che gli uomini d'oggi non sanno più fare), di trovare il senso, senza la pretesa di compiere gesti.

Quanto appaiono scomodi ora i silenzi di Mauri, pregni di lettere di un alfabeto faticoso perché ricolmo di segni e simboli smessi, dimenticati. Incute timore il lavoro svolto dallo scultore (anche quello eseguito a Padernello, cioè il «Ponte Poesia»): per quello che è, per come si pone, non fosse altro per il fatto che è nato in modo corretto: paesaggio del paesaggio. Se lo stai a sentire Mauri, se lo ascolti mentre tace, comprendi! Ti riesce di capire l'effimero degli interventi umani perché banali, impari gli errori dell'uomo faber, il deteriorarsi delle cose. Capisci, persino, che se costruisci con materiali naturali, queste creazioni non diventeranno immondezza. «Solo l'oggetto industriale è destinato alla discarica», scrive Decio Giulio Riccardo Corrugati, critico d'arte e biografo dell'artista.

L'essenza dell'uomo Mauri sta nell'opera sua ribelle, distante dai modelli convenzionali dell'arte; sta nella modestia di un grande artista quando scrive: Sono carpentiere. Costruisco scale, mulini, case, ponti, giostre, cattedrali, fiumi, isole, boschi, cieli; risiede nella grandezza della sua poesia. È questa la lacuna grande che Mauri è venuto a colmare nella Bassa bresciana: qui, ormai, a forza di badare alle cose si vede la poesia come vergogna… Nella nuova e arida pianura bresciana c'era estremo bisogno di un poeta: per vincere la banalità, per superare il qualunquismo che impera, per far sì che a vincere sia il folle, quello che ragiona a rovescio, che capovolge le logiche e discerne nella trama il filo più segreto.

Cosa intendeva dire e dirci Giuliano quando creava cattedrali vegetali, quando realizzava mulini volanti, nidi ovattati, ponti impraticabili, trombe del paradiso, osservatori improbabili, sferisteri anacronistici e cornucopie vuote? Voleva insegnare il pensiero divergente, ci indicava i rischi (a lui palesi), che all'inizio parevano insignificanti, dell'agire senza pensare, senza riflettere.

Non ha mi accettato, l'artista il compromesso, come così bene ha imparato a fare il mondo, ed è ritornato saggio sciamano, ha ricominciato a parlare col vento, è diventato mediatore di parole, ha voluto credere nei sogni che gli hanno regalato il potere della profezia, il talismano delle radici. Perché è tanto scomoda, al punto di essere pericolosa, la sua opera? Perché è specchio che riflette quella che era l'anima primigenia dell'uomo. Così agendo è riuscito a rallentare l'agonia del mondo, a vegliare la terra, a profetizzare sventure e nel contempo sconfiggerle.

Tutto questo infastidisce i nemici del bello, i distruttori per scelta, gli speculatori di professione. Ma perché Mauri si è auto investito di tutto questo peso al punto di essere riconosciuto, a vista, tra gli uomini alternativi?

Lo stendardo del comando gli è stato conferito dal rispetto e dalla coerenza. Fa impressione e nel contempo affascina colui che ancora sa progettare cattedrali, e vuole che chi varca quella soglia riprovi l'ancestrale sensazione d'entrare nell'utero materno… «La terra è madre, è culla, non discarica», dice.

Ma l'uomo, oramai, lo riconosci meglio dall'immondizia che produce, dalle menzogne protezionistiche che pubblicizza, dalle vuote parole che conia per ripulirsi l'anima sporca! Chi, la prossima primavera, verrà a Padernello a vedere l'antologica in allestimento, non guardi il «fare» di Mauri con gli occhi dei ciechi, col sentire dei sordi, ma ascolti meglio. Guardi oltre.

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