In sei ambienti del Castello, sapientemente trasformati in spazi per una visione attiva e intensificata, si snoda un percorso narrativo che guida l’osservatore dalla penombra del crepuscolo alle prime luci del giorno.
In ciascuna delle sale va in scena un dialogo apparentemente temerario ma poetico: i temi delle “piezografie” di ARNO, stampate con pigmenti minerali liquidi, propongono immagini archetipe di NATURA come l’acqua e il vento o il ciclo vitale degli alberi e dei semi, mentre gli animali visionari assemblati da GIBA con antichi attrezzi agricoli evocano forme e memoria del lavoro dell’UOMO che ha dissodato la terra, nella nostra pianura come in Africa.
La mostra sarà inaugurata sabato 10 settembre 2011 alle ore 18.00
dalla Prof.ssa Marisa Dalai Emiliani dell’Università La Sapienza di Roma
RIAPERTURA STRAORDINARIA
da martedi 20 dicembre fino a domenica 5 febbraio 2012
ingresso euro 5,00
sabato e domenica 14.00 – 18.30
lunedì chiuso
da martedì a venerdì su prenotazione
con visita guidata
09.00-12.00, 14.00-18.00
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Castello di Padernello
Via Cavour, 1
25022 Padernello di Borgo San Giacomo
Brescia
Marisa Dalai Emiliani
PROLOGO alla visita della Mostra: coltura cultura natura-naturata
Fondazione Castello di Padernello, 10 settembre 2011
La mia sarà soltanto una breve introduzione all’esperienza di visita della Mostra, che è il vero evento/avvenimento di oggi.
Vorrei incominciare con un elogio, un elogio a <<NYMPHE>>. Fondazione Castello di Padernello, al castello che ho visto da bambina quando ero sfollata da Milano nella Bassa, durante la guerra e più tardi durante gli anni dell’università, alla ricerca dei quadri del Ceruti, il <<Pitocchetto>>, che facevano parte della collezione Martinengo-Salvadego. Poi confesso che mai più ero passata di qui, nonostante le mie radici familiari mi riportino ogni anno a Verolavecchia, pochi chilometri da qua. Dunque è un’emozione e una sorpresa sapere che questo luogo, questo monumento così radicato nella storia del territorio e della tradizione agricola bresciana, é stato restituito alla comunità, sottratto alla rovina a cui sembrava destinato dopo essere stato abbandonato per decenni, saccheggiato, in parte crollato. Ma appunto un gruppo di residenti dotati di buona volontà culturale e coadiuvati da numerosi volontari, hanno reagito al degrado, si sono impegnati in questo recupero e tutt’ora nella complessa gestione delle attività scaturite dal progetto iniziale. Parlare di buona volontà culturale credo sia assolutamente appropriato. Ci sono esperienze analoghe nel mondo, per esempio in Francia, che conosco. E, come in quei casi, spero che, nel vostro lavoro, che ha un obiettivo: quello di accendere un fuoco nella notte, cioè nel silenzio di queste terre, dove certamente la coltura dei campi come sapiente cultura tramandata per secoli è sempre stata presentissima, ma dove iniziative culturali di questo tipo, rivolte a un pubblico locale il più ampio possibile, sono sempre mancate che io sappia, dicevo, spero che possiate essere guidati da un concetto di Gustav Mahler che amo ripetere: "Tradizione è custodia del fuoco, non adorazione della cenere". Questo l'auspicio per le future iniziative di Padernello; e mi rallegro molto che il progetto di mostra delle opere fotografiche di Arno Hammacher - un progetto che si deve a lui ma anche alla passione e all'intelligenza di Roberto Consolandi, che ha voluto con tutte le sue forze creare questa occasione di presenza di Arno Hammacher, qui ed ora, con le modalità originali che vedrete - dicevo, mi rallegro che lo spazio in cui avviene questa esposizione sia l’antico castello di Padernello, che nella elaborazione e realizzazione concreta del progetto è diventato un vero e proprio motivo ispiratore, per una iniziativa site specific come si dice oggi, che personalmente fatico molto a definire mostra.
Quella che avrete modo di vedere fra poco non è una mostra nel senso tradizionale del termine. Al tempo delle ricerche artistiche di primo Novecento si sarebbe definita, con un termine di sapore wagneriano, un Gesamtkunstwerk, un'opera d’arte totale, nella quale certamente vedrete delle immagini, ma assisterete anche a un dialogo temerario tra le quintessenziali fotografie di Arno - che forse non sono più fotografie, come avrò modo di spiegare fra pochi minuti -, tra quelle fotografie dunque e, d’altro lato, singolari sculture realizzate con assemblaggi di vecchi arnesi del lavoro agricolo locale. E' proprio questa compresenza che dà senso all'iniziativa ed è stato Arno che ha voluto trasformare una sua personale in una sfida culturale, come è appunto questo tentato dialogo con i <<ferri>> di Giba.
Dicevo della suggestione esercitata dagli ambienti del castello, in parte recuperati come questo in cui siamo - se non ricordo male, qui si è trattato di ricostruire ex novo parte dei soffitti dopo un crollo -; dicevo che questa suggestione sicuramente ha orientato il lavoro di Arno che, appunto, non si è limitato a fare stampare ad Amsterdam le sue preziose piezografie dallo stampatore di fiducia Bernard Ruijgrok e a portarle qui. Sono soltanto dodici immagini, che compongono un ciclo mirabilmente coerente sul tema della Natura. Ma le cornici in peltro, progettate da Arno, sono state realizzate a Brescia da maestri artigiani come i Cosi Tabellini; e Arno - poiché oltre che fototgrafo è un raffinato designer, che si è formato alla ABK dell'Aja, in Olanda, cioè alla Akademia voor Beeldende Kunsten, dove i metodi d'insegnamento negli anni dopo il secondo conflitto mondiale erano strettamente ispirati alle esperienze tedesche del Bauhaus, Arno ha dunque progettato anche gli spazi e i dispositivi allestitivi di questa mostra. Ne esiste una interessante maquette in miniatura, che verrà donata al castello; e, sempre con l'attenta e creativa partecipazione di Roberto Consolandi, in particolare per quanto attiene la scelta dei colori - che sono due, il verde malachite e l'indaco - c'è stata una ricerca molto accurata dei tessuti ignifughi per i rivestimenti dei pannelli espositivi. Gli spazi e i muri del castello, che costituiscono tutt’altro che un contenitore neutro, aggrediti come sono stati dal tempo, entrano in gioco, sapientemente illuminati dai tecnici delle luci, che vorrei ricordare per ringraziarli, Stefano Mazzanti con Piero Gotti; mentre la costruzione delle strutture si deve a Piero Lanzeni e a Gianni Zanoni e la geniale presentazione scenografica dei <<ferri>> di Giba, a Giacomo Andrìco, che è riuscito a sconfiggere la forza di gravità facendoli letteralmente volare su piani trasparenti di vetro. Con questi dispositivi allestitivi il progetto di Arno ha saputo creare un sistema spaziale nuovo, una vera e propria macchina per la visione, che risulta acuita e intensificata grazie alla pluralità dei punti di osservazione previsti e al gioco delle ombre proiettate. Piccoli diaframmi di forma circolare, a disposizione dei visitatori, li invitano a modulare individualmente la luce orientata su ciascuna immagine, fino ad oscurarla completamente per scoprire l’altra vera luce, quella che traspare dall’interno della fotografia e ne determina la plasticità tridimensionale.
Ancora, a proposito di Gesamtkunstwerk, di opera d’arte totale, vorrei ricordare che esiste anche un filo musicale della mostra, un sottofondo e una presenza sonora, costituiti dal canto delle rane. Mi dicono che le rane ci sono ancora nel fossato del castello di Padernello. Io qui non le ho sentite, ma consentitemi un ricordo personale, di alcuni decenni fa. Una notte nella campagna vicino a Vigevano, in compagnia di mio marito e dell’amico Arno: era lui che ci guidava con fare misterioso, apparentemente soltanto per mangiare pane e salame in una sperduta trattoria di sua conoscenza. In realtà, dopo quel piccolo rito gastronomico uscimmo nel buio e a lungo restammo ad ascoltare affascinati il concerto assordante, assolutamente inaudito, delle rane nei campi e nelle rogge. Non so se il nastro che è stato scelto e portato qui per la mostra risalga ad allora. Non certo a quella notte, ma sicuramente a quel periodo, in cui Arno stava sperimentando – erano i primi anni settanta – la nuova tecnologia espressiva della multivisione in una versione semplificata ed economica, che gli avrebbe permesso di produrre molto presto uno dei suoi capolavori, Free Flower. Fu proprio allora, dopo aver acquistato il suo primo registratore Sharp a bobine a Zurigo, nel 1973, che Arno incominciò a registrare i suoni, i rumori e le voci della vita e della natura, del giorno e della notte. Ha costituito così un archivio ricchissimo, unico, che è la miniera da cui estrae la componente sonora delle sue mostre fotografiche.
E’ già stato ricordato il ruolo che uno sponsor illuminato, il Gruppo AB di Orzinuovi, ha avuto nel sostenere la realizzazione della mostra. Vorrei sottolineare come questa impresa industriale di dimensioni ormai imponenti e di importanza internazionale, produca energie alternative, bio-energie, se ho ben capito, per cogenerazione ed ecosostenibili. Alla base, quindi, c’è stata una scelta di ricerca - mi dicono che gli ingegneri al lavoro sono diverse decine - e conseguentemente di produzione, che è attualissima ed è conseguente a una concezione della Natura che mi sembra davvero in sintonia con il tema di questa mostra. Questa mostra infatti ci aiuta, anzi ci costringe a riflettere sull'approccio alla Natura, sull’ idea o le idee di Natura che caratterizzano il mondo contemporaneo. Nulla come la Natura è minacciato nel nostro tempo da scelte politiche ed economiche dissennate. Eppure esistono iniziative di resistenza a questa deriva assurda, e il Gruppo AB pare proprio muoversi esattamente su questa linea e proporre un uso delle risorse naturali assolutamente alternativo e controcorrente rispetto al trend generale di dissipazione e desertificazione del pianeta.
Vorrei adesso tentare di mettere a fuoco quello che ho definito un dialogo temerario. Quali sono i due protagonisti di questo dialogo? Ad Arno Hammacher, che ha vissuto in Italia mezzo secolo - arrivò ragazzo quasi, nel '56 ed è rimasto a lavorare qui fino al 2003, quando ha deciso di ritornare in Olanda, il suo paese d’origine - è stata dedicata tre anni fa una mostra importante, direi complessiva del suo lavoro al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia "Leonardo Da Vinci" di Milano, a cura di Giovanna Ginex. Esiste un catalogo molto ricco di quella mostra, promossa dalla Regione Lombardia, nei cui archivi storici Arno, dopo avere esplorato e documentato in modo particolare il territorio lombardo, ha deciso di depositare nel 1992 buona parte della sua produzione fotografica. Poiché è qui, vorrei segnalare anzi il ruolo che ha avuto in tutto questo Enzo Minervini, che è stato uno dei funzionari intelligenti e preparati del Servizio Cultura del mondo popolare della Regione Lombardia, orientato dalle ricerche di Roberto Leidi. Certamente non è questa l'occasione per rievocare la lunga e poliedrica attività di Arno, che è ben conosciuta anche grazie a quell’iniziativa espositiva. Mi limiterò ad alcuni flash, che tuttavia mi sembrano illuminanti per poter cogliere il senso della sua proposta qui a Padernello. La prima apparizione di un gruppo di sue fotografie risale alla prima mostra di Van Gogh che fu organizzata in Italia dopo la seconda guerra mondiale, nel 1952, a Milano; quelle immagini, una sequenza in bianco e nero, interpretavano più che documentare i paesaggi olandesi che Van Gogh aveva visto e abitato, fissandoli poi sui suoi fogli e sulla tela. Erano paesaggi fotografici, visti empaticamente attraverso lo sguardo di Van Gogh.
Negli anni successivi al suo arrivo a Milano, nel ’56, Arno ha concentrato la sua attenzione, il suo acume visivo e la sua capacità di rappresentazione della realtà sulle forme del lavoro umano, in Italia in particolare. Ha percorso soprattutto le regioni del Sud, alla ricerca dei modi di produzione pre-industriale che erano ancora vivi; il risultato di quelle campagne fotografiche fu raccolto, in particolare, in un importante volume dedicato all'artigianato in Sicilia. Contemporaneamente ebbe l'incarico da un'industria di primo piano come la Pirelli di documentare per alcuni anni la produzione nelle sue fabbriche, mettendo a punto una metodologia analitica che ancora oggi ci sorprende per il rigore formale e per l’intelligenza dei materiali, delle funzioni, delle tecniche. D’altra parte ebbe l'incarico, ancora dalla Pirelli, di documentare il cantiere del grattacielo milanese progettato da Giò Ponti. E pochi sanno che, se dopo lo sciagurato episodio di quell' areo lanciato qualche anno fa contro l’edificio a imitazione dell’attacco alle Twin Towers, il grattacielo ha potuto essere filologicamente restaurato, con rispetto assoluto anche per le tecnologie costruttive originarie, questo lo si deve proprio all'esistenza di quel puntualissimo, magistrale reportage fotografico.
Per anni Arno ha percorso con la sua fotocamera la Lombardia, l'Italia, l'intero mondo, poiché è sempre stato cittadino del mondo, ostile ai confini di qualsiasi genere, un uomo libero, fuori dagli schemi e dai condizionamenti. Ha esteso il tema del lavoro umano nelle sue molteplici declinazioni anche al lavoro artistico, producendo fotografie di scultura, fotografie di architettura. La sua prima collaborazione a una mostra dopo quella vangoghiana del '52 è avvenuta non a caso a Genova vent’anni dopo, in occasione dell’esposizione "Immagine per la città", in cui esordì con la proposta di una multivisione su cinque schermi angolati, deliberatamente semplificata rispetto ai dispositivi prodotti dall’industria. Il progetto espositivo era di Gianfranco Bruno – il maestro di Roberto Consolandi -, allora direttore dell'Accademia Ligustica, che desidero ricordare anche perché nel pieghevole che acquisterete avrete modo di leggere un suo contributo che rievoca quell’ esperienza di collaborazione a Genova e successivamente a Milano, per la mostra non meno memorabile "La ricerca dell'identità".
D'improvviso, all'inizio degli anni novanta, i temi di Arno sono cambiati radicalmente. Ripensando insieme, in questi giorni, alle ragioni di quella profonda rivoluzione nel suo lavoro a entrambi è riaffiorato alla memoria un episodio che ha fatto probabilmente da spartiacque e segnato quella svolta che ha orientato in seguito le sue ricerche fino ad oggi. Arno aveva un grande amico, un pittore siciliano che è scomparso solo da qualche settimana, Ugo Caruso, originario di Scicli. Era stato molte volte da lui, ospite al Pisciotto, la località dove Ugo si era costruito con le proprie mani un’abitazione recuperando la tecnica tradizionale dei muri a secco. E la spiaggia del Pisciotto era diventata mitica per i due artisti amici. Avvenne che Ugo, un'estate, si cimentò con i pennelli per rendere un tratto di costa dove affioravano rocce vulcaniche cupe su cui si infrangevano le onde. Per un pittore dipingere l'acqua in movimento, dipingere il mare è una sfida tra le più ardue: e quegli scogli, quel mare per Ugo Caruso avevano lo stesso significato della montagna Sainte-Victoire per Cézanne, lo ripeteva spesso. Dunque l'amico Arno, che sa essere molto dispettoso quando vuole, decise che quella sfida voleva raccoglierla anche lui. E osò fotografare quella riva, e il mare, e le onde in movimento. In una sala della mostra, la terza, ve lo segnalo, al centro potrete contemplare una di quelle immagini di Scicli, tra due altre riprese in situazioni metereologiche e climatiche molto diverse, immagini del mare del Nord. Da allora Arno ha abbandonato, apparentemente, il tema dell'uomo e del suo lavoro e ha iniziato un difficilissimo percorso alla ricerca di una metodologia di rappresentazione della Natura. Ripensando alla sua produzione di questi ultimi vent'anni, si può dire che nella Natura Arno abbia ricercato, al di là delle apparenze, l’essenza, gli elementi primordiali: l'acqua, l'aria, la terra, nella potenza rivelatrice della luce. Le dodici fotografie, anzi piezografie, che vedrete a mio avviso compongono una sorta di trattato filosofico sull'essenza della Natura. Si tratta di trittici: e questa è un'altra modalità operativa tipica del lavoro di Arno, da quando, nel 1967, incominciò a usare una fotocamera, la Olympus Pen, che gli consentiva di realizzare tre scatti consecutivi senza soluzione di continuità. Questa possibilità ha introdotto nel suo lavoro la dimensione del tempo e una processualità che propone il confronto dialettico tra le immagini come ineludibile modalità di lettura. Quelli che osserverete comunque non sono più paesaggi, tengo a dirlo subito. Non sono paesaggi, sono dettagli di Natura in assoluto primo piano.
Nella mostra, che si snoda in quattro sale, dalla penombra del crepuscolo fino alle prime luci del giorno, ma con un prologo e un finale narrativo animati dalle sculture di Giba, ciascuno dei trittici mette a fuoco un tema di Natura: il ciclo vitale dei semi e degli alberi dei semi nell’alternanza delle stagioni, il movimento dell’acqua nel vento e nella luce; mentre nell’ultima sala la meditazione si fissa sul linguaggio del colore, sul trascolorare dei pigmenti in tre immagini di fiori fortemente ravvicinate, fino quasi all’astrazione. <<Dio è nel particolare>> vien fatto di pensare con Aby Warburg. Ma si può ancora parlare di fotografia? Nel tempo la ricerca di Arno Hammacher si è spostata progressivamente dalla tecnica di ripresa alla tecnica di sviluppo e stampa tradizionale, e da questa alla stampa digitale. E quelle che vedrete sono stampe particolarissime di ultima generazione, dove il pixel è diventato quasi invisibile, cosa che consente, a differenza del passato, di mostrare la materia della pellicola analogica oppure di riprodurre la trama della retinatura di una xerocopia di vecchia generazione, in modo da ottenere effetti che possono far pensare al pointillisme pittorico di fine Ottocento. L’inchiostro penetra in carte molto speciali che vengono prodotte appositamente e il risultato è destinato a sfidare il tempo, perché i pigmenti minerali non scoloriranno. Esiste quindi anche un problema di durata di queste immagini, che si pone in modo totalmente diverso rispetto all'immagine fotografica analogica.
Accanto al trattato filosofico sulla Natura – non a caso il titolo della mostra natura-naturata evoca il grande filosofo olandese del Seicento, Spinoza, e il tema dell’immanenza - , Arno ha voluto, anzi ha sentito il bisogno, come ha dichiarato, che venissero esposte alcune sculture di una figura singolare di fotografo, Giovanni Barili, che è nato qui, a Verolavecchia, dove vive e lavora. Di Giba, nelle stesse sale in cui sono esposte le rarefatte fotografie di Arno, potrete scoprire queste presenze, assemblate con vecchi attrezzi agricoli di ferro – i loro nomi sono riportati in dialetto -, quegli attrezzi millenari che la meccanizzazione dell'agricoltura, dagli anni settanta del secolo scorso, ha impetuosamente travolto e reso obsoleti in pochi anni, anche nelle nostre campagne. Sono sculture costruite con pochi punti di saldatura a fuoco – non sarà inutile ricordare che la lavorazione del ferro è una delle più antiche tradizioni del territorio bresciano -, tuttavia senza manomettere in nessun modo la forma e quindi l'antica funzione di quegli attrezzi, per un profondo rispetto della memoria che vi è depositata. Ma la fantasia, quasi per gioco, li ha trasformati in oggetti di una straordinaria vitalità e forza plastica, in sagome visionarie di animali che sembrano appartenere a una Natura primigenia ma insieme al genius loci, allo spirito apparentemente perduto di questa terra. Giba, dopo averli assemblati col fuoco, li ha anche fotografati su suggerimento di Arno, e suoi sono gli scatti e gli ingrandimenti fotografici che incontrerete lungo il percorso. Così facendo, ha riambientato e ricondotto quelle misteriose presenze nel paesaggio, nel loro paesaggio: questo paesaggio lombardo, in cui anche il castello è immerso.
Esiste un'altra passione, sotterranea, che lega Arno e Giba ed è la passione per l’Africa. Arno ha cercato e studiato e rappresentato i manufatti africani conservati nelle collezioni e nei musei d’ Europa. Ha pubblicato nel 1974 un importante libro, Fabulous Ancestors, basato sulle ricerche di Aldo Tagliaferri e dedicato alle piccole sculture rituali della Sierra Leone e della Guinea di epoca pre-coloniale. Il suo approccio alla scultura africana è stato quello, di raffinato conoscitore, che ha caratterizzato la cultura dell’Occidente per buona parte del Novecento, almeno fino all’inizio della de-colonizzazione. Si può ricordare in proposito un celebre dialogo fra Picasso, Matisse e Modigliani nella Parigi di inizio secolo, prima delle dirompenti Demoiselles D'Avignon (1907) che avrebbero cambiato per sempre il corso delle arti visive. Il dialogo tra i giovani artisti è provocato dalla presenza di una scultura negra, appena arrivata dal Continente nero. I tre sono ammutoliti. Poi Modigliani osa: <<Ma è quasi bella come la Venere di Milo.>> Matisse gli dà sulla voce: <<E' bella come la Venere di Milo.>> E Picasso, dopo un lungo silenzio: <<E' più bella!>>. Questo episodio dice che cosa abbia significato per la nostra cultura la scoperta di quell’ arte primitiva prima sconosciuta, che fu apprezzata per i suoi valori formali fino a farne un nuovo paradigma estetico, ma senza che quell’ appropriazione culturale fosse sostenuta da un vero interesse etno-antropologico per i riti, i modi di vita di culture altre, per i valori simbolici di cui quegli oggetti erano portatori.
L'approccio di Giba alla cultura africana è stato totalmente diverso. Giba era un fotografo dilettante che decise a un certo punto di diventare fotografo professionista. Ha documentato la vita cerimoniale di un piccolo paese come Verolavecchia per molti anni, fino a quando in modo del tutto casuale ha sentito un richiamo irresistibile per l'Africa. Durante una vacanza con un gruppo di amici in Spagna ha raggiunto lo Stretto di Gibilterra e ha visto all’orizzonte <<una riga nera>>: era l'Africa ed era a portata di mano, bastava la traversata di un'ora per raggiungere il Marocco. Quello che lo attirava era un paesaggio in particolare: il deserto. E' stato l'inizio di una passione esistenziale, che da trentasei anni ormai lo ha portato a trascorrere mesi e mesi in Africa, percorrendola con la sua grossa jeep attrezzata in lungo e in largo, quando ancora era possibile - mi diceva, ad esempio, che in 19 giorni era riuscito ad attraversare la foresta dello Zaire, tanti anni fa -. E che cosa ha fatto in Africa, Giba? Ha evitato con cura le mete turistiche. Ha cercato un paesaggio dell'anima, il deserto, ma insieme ha cercato l'Uomo, ha cercato se stesso. Si è mescolato alla gente delle tribù nei villaggi, si è seduto per terra con i suoi ospiti, nei cortili degli artigiani. Ha provato a fare fusioni di piccole sculture -avendo già sperimentato la modellazione della ceramica -, ha utilizzato la tecnica dei nativi con creta e sterco d’asino. E nei modi di vita e di lavoro delle località più sperdute dell'Africa ha ritrovato rapporti umani, e gesti, emozioni che erano quelli della sua infanzia, trascorsa nella campagna della Bassa con i suoi nonni, perché i genitori lavoravano entrambi, in un'atmosfera da “Albero degli Zoccoli” di Olmi, per usare le sue parole. E' stata l'esperienza africana a rivelargli la densità di significato dei vecchi attrezzi agricoli, che qui da noi ormai erano andati dispersi, gettati sui fienili o dimenticati ai margini delle aie. Li ha recuperati, ha incominciato ad assemblarli quasi per gioco - c'è una dimensione ludica evidente in questi suoi manufatti - a riciclarli come aveva visto fare in Africa, dove non c’è residuo che non venga riutilizzato. Negli animali visionari che hanno preso forma e vita due culture si confrontano e si contaminano: l’una radicata qui, in questo territorio e nelle sue tradizioni agricole, l’altra legata al vissuto in paesaggi lontani, in una Natura misteriosa, magica. In questa compresenza, nella possibilità stessa di questa compresenza si può leggere il segno del tempo, del nostro tempo.
In queste ultime settimane d’estate, scorrendo le pagine culturali dei quotidiani abbiamo con sorpresa assistito all’inizio di un dibattito filosofico attorno al Postmoderno e al suo superamento, forse ridiventato possibile mentre ci avevano fatto credere a lungo il contrario. Era stato il cosiddetto pensiero debole, teorizzato in Italia ormai alcuni decenni fa ma in sintonia con quanto stava accadendo nel resto del mondo, e in diretto rapporto, tra l’altro, con gli sviluppi più recenti nel campo dell’architettura e delle arti visive, a decretare la fine dei sistemi filosofici, la fine delle grandi narrazioni storiche e, di contro, il dominio incontrastato dell’interpretazione, ironica e acritica, dei valori e delle forme del passato, mentre le certezze del presente erano affidate al trionfo “democratico” delle tecnologie. Dopo aver vissuto per poco meno di mezzo secolo senza prospettive, senza giudizi di valore, avviluppati nelle reti dell’informazione globale, apprendiamo con speranza che un convegno internazionale a New York e tra qualche mese a Bonn, una grande mostra a Londra nella sede prestigiosa del Victoria and Albert Museum, in autunno, proporranno un bilancio dello stile postmoderno. Se è vero che si riuscirà a storicizzare il Postmoderno, forse ne stiamo davvero uscendo. In questo senso credo che anche la mostra che si inaugura oggi al castello di Padernello offra segnali premonitori.
Arno Hammacher non è mai stato postmoderno. Ha continuato a essere moderno, come agli esordi del suo lavoro. Il suo linguaggio fotografico si è strutturato e affinato attraverso le tappe cruciali della Modernità, ma la sua ricerca non si è mai fermata alle apparenze, è sempre stata impegno conoscitivo, forma di conoscenza della realtà: realtà dell’Uomo, realtà di Natura. Se questo prefigura il New Realism, il Neo-realismo verso cui stiamo tendendo, e se le sculture archetipe di Giba non si limitano a emozionare, ma rendono tangibile lo scambio tra globale e locale, la proposta espositiva che avremo modo tra pochi minuti di meditare e discutere è forse un avamposto dell’attuale riconfigurarsi della nostra cultura.
(Questo testo dovrà essere riprodotto tassativamente nella sua integrità. Marisa Dalai Emiliani Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. )