Attorno al milleottocento circa una famiglia di Padernello alle dipendenze dei conti Martinengo aveva in mezzadria un fazzoletto di terreno ed alla fine dell’anno quando si doveva dividere con i “padroni” non rimanevano che poche briciole per sfamare la propria numerosa famiglia. Un giorno come tanti altri, questo povero mezzadro che chiameremo Angelo, si recò nella stalla a prendere i buoi e l’aratro ed uscito dalla cascina denominata “La Bianca” si recò nel suo appezzamento per arare e successivamente seminare quel granoturco che gli avrebbe assicurato cibo.
Arrivato sul posto iniziò il suo faticoso lavoro, la moglie nel frattempo, oltre che ad accudire i sette figli, lavorava anch’essa nei campi come era abitudine fare in quegli anni , verso mezzogiorno ritornò a casa preparò un fagottino, mise dentro un pezzo di polenta abbrustolita, due fette di lardo, un piccolo fiaschetto di vino allungato con dell’acqua presa alla fontana adiacente il forno ed incamminatasi andò a portare il pranzo al suo instancabile marito. Arrivata lo trovò indaffarato e lui vista la moglie capì che era giunta l’ora di pranzare e di fermarsi una mezz’oretta, comunque già metà del campo era stato arato.
La moglie gli diede il fagottino, lui lo aprì con entusiasmo e vide che all’interno c’era il solito, il solito cibo che quotidianamente mangiava e con un leggero sorriso guardò la moglie e soggiunse che era perfetto. Terminato il pranzo salutò la moglie con un furtivo bacio e proseguì nel suo lavoro. Nel tardo pomeriggio mentre stava terminando di arare un solco, vide sobbalzare in superficie un oggetto di colore biancastro misto a della terra ed incuriosito prese in mano questo strano oggetto. Lo guardò un attimo riconobbe l’oggetto era nient’altro che un teschio di un cane, pensò che anni prima qualcuno avesse sotterrato nel suo campo un cane morto e preso il cranio lo lanciò verso la riva colpendo un albero di gelso, nell’impatto la terra che riempiva il teschio cadde assieme ad un sacchetto di iuta che suonò in modo molto strano.
Angelo corse subito a raccogliere il sacchetto ed incuriosito lo aprì; lo colse una inaspettata sorpresa, all’interno cera una manciata di Marenghi d’oro. Guardò subito attorno per verificare che nessuno avesse notato questi suoi gesti e messo il sacchetto nella tasca interna della giacca che indossava pensò fra sé di continuare il suo lavoro per non insospettire nessuno, visto che in quei giorni tutti i mezzadri erano nei campi a lavorare la terra. Ogni minuto era buono per toccarsi la giacca e sincerarsi il contenuto, attendeva con ansia la sera e sembrava non arrivare mai.
Giunta l’ora s’incamminò con gli animali e l’aratro verso casa chiacchierano molto poco con gli altri contadini. Arrivato, sistemò i buoi in stalla diede del cibo e con passo veloce entro in casa, chiuse la porta con il catenaccio e chiamata la moglie a voce bassa fece il gesto di salire al piano superiore, la moglie aveva percepito un comportamento insolito e che il marito nascondeva furtivamente qualche cosa ma non avrebbe mai immaginato quale lieta notizia potesse portare. Salirono la scala in legno, entrarono in camera e chiusero la porta, nel frattempo i loro bimbi erano rimasti al piano terra in compagnia della madre di Angelo.
Raccontata la storia ed estratto con delicatezza il sacchetto, la moglie rimase sbigottita e cominciò a ringraziare il Signore. Poi cominciò a fantasticare pensando alle cose utili che avrebbero potuto permettersi, mentre Angelo già pensava d’investire quel denaro in un suo appezzamento di terra per il quale l’intero raccolto sarebbe stato suo e di nessun altro. Per tutta notte non chiusero occhio, con il “bottino” sotto il cuscino imbottito di piume, si girarono rigirarono nel letto e parlottando a voce bassa decisero di comunicare al padrone che di lì a pochi giorni sarebbero partiti, dovevano recarsi ad accudire dei parenti di lei, poiché lei non era nativa di Padernello e pertanto poco controllabile, in quanto notizie tristi erano giunte e che senza il loro aiuto tali parenti sarebbe morti di stenti.
L’indomani si recò al castello, varcò il ponte, chiese al guardiano di accompagnarlo da Signor Conte e con il cuore a mille, disse quanto concordato con la moglie, il conte con difficoltà capì ed approvò concedendo solo due giorni per sgombrare la casa e la mezzadria. Angelo sentendosi sollevato tornò a casa preparò le poche cose in suo possesso passò a salutare gli amici raccontando la stessa identica storia che a furia di ripeterla si convinse quasi che fosse la realtà, transitò d’innanzi alla sua amata chiesa in cui era stato battezzato, aveva ricevuto la comunione, la Cresima ed il suo matrimonio, andò dal parroco si confessò e raccontò tutta la verità, poi lasciò all’arciprete un offerta a ringraziamento.
All’indomani partì di buon ora e nessuno seppe più nulla , tranne che avesse fatto fortuna aiutando questi suoi parenti e che si era potuto permettere l’acquisto di alcuni appezzamenti di terra con alle dipendenze due contadini. Questa notizia pare che sia arrivata sino ai giorni nostri in quanto dopo diversi anni uno dei suoi figli raccontò la storia del padre ad alcuni abitanti di Padernello che da quel momento decisero di chiamare quel pezzo di terra: Terreno della “testa di cane”.
Il fortunato ritrovamente di un povero contadino di Padernello baciato dalla fortuna