Lunedì, 22 Dicembre 2008 13:30

Racconto di Natale

Scritto da  Paolo Zanoni
 Verso la metà di dicembre del 1697 scese sulla pianura un freddo secco e pungente. I contadini smisero di colpo le occupazioni campestri e si ritirarono nelle stalle eseguendo lavori di manutenzione dei loro arnesi o per costruirne altri in vista della prossima primavera. Terminata la breve stagione del pascolo, gli animali erano stati ricoverati per tempo e si era provveduto a sigillare ermeticamente le finestre delle stalle. Il loro calore umido e fetido penetrava nei panni, sempre inadeguati per affrontare i rigori esterni.

L’aria tagliente del nord aveva allontanato ogni nuvola mostrando le cime innevate dei monti. La terra si era fatta dura ed un sole pallido e smunto riusciva a malapena a sciogliere la brina che di notte imbiancava la campagna.

Anche la Cascina Grande, che chiudeva a mezzogiorno la quadra delle case bracciantili ordinatamente disposte all’ombra del campanile di Villachiara, era pronta ad affrontare il grande gelo. Il fieno che traboccava dal fienile sopra la stalla era stato comperato dai Gardoni, malghesi bergamaschi che da generazioni svernavano ogni anno nella Bassa bresciana con la loro mandria.

Con l’arrivo del freddo si videro mendicanti più numerosi del solito vagabondare per le campagne. Le gride emanate una dietro l’altra dalla Serenissima contro l’accattonaggio tenevano lontani dalla città i poveri senza fissa dimora. I piccoli paesi si mostravano più tolleranti, anche se erano malvisti certi questuanti che dilapidavano la carità ricevuta nelle osterie, dandosi al vino fino ad ubriacarsi.

Tra i mendicanti più o meno abituali che arrivarono a Villachiara alla fine dell’autunno, verso il 15 di dicembre giunse in paese, proveniente da Villagana, un ragazzo malvestito, con un cappellaccio in testa e scarpe rattoppate alla meglio ai piedi. Pallido, smagrito e tremante, egli risalì la via principale facendosi notare per i frequenti colpi di tosse che lasciavano presagire malanni gravi mai curati. Taciturno e spaesato, si trascinò fino alla stalla dei Gardoni nella Cascina Grande, dove si lasciò cadere esausto sul mucchio di fieno del fener, subito vinto da un sonno profondo. Neppure i cani da guardia osarono abbaiare al suo passaggio, quasi si fossero impietositi della sua triste condizione.

Il primo ad accorgersi della sua presenza fu il famiglio dei Gardoni che nelle pause del lavoro dormiva in una branda sistemata in un angolo del locale. Subito avvertì i suoi padroni e quando il ragazzo si svegliò tra i colpi di tosse e i sintomi evidenti della febbre, provvide a rifocillarlo con del latte caldo. Il più anziano dei Gardoni lo interrogò a lungo per sapere chi fosse e da dove venisse, ma riuscì a carpirgli solo l’età: 13 anni. Il suo nome ed il luogo d’origine rimasero ignoti.

Avvicinandosi il Santo Natale, il parroco don Pietro iniziò la novena di preparazione annunciando la funzione vespertina col suono della campana più piccola. Donne, uomini e fanciulli intabarrati in scialli e mantelli, gremivano ogni sera la chiesa, non tralasciando le orazioni all’altare della Madonna del Rosario e a quelli dei santi protettori della parrocchia.

Col passare dei giorni la salute del ragazzo peggiorò vistosamente nonostante le premure dei Gardoni che non gli facevano mancare nulla: latte, brodo caldo, formaggio e carne di pollo. Il famiglio gli cedette per solidarietà la sua branda con le pesanti coperte che l’avrebbero protetto negli accessi di febbre, sempre più alta e dagli attacchi di una tosse cavernosa, sintomo inequivocabile di una grave patologia polmonare.

E venne la sera della Vigilia di Natale. I Gardoni consumarono, come da tradizione, la cena rigorosamente di magro, condividendola col ragazzo, assiduamente assistito. A mezzanotte erano tutti in chiesa per la messa solenne celebrata da don Pietro con i tre cappellani della parrocchia. Nell’omelia pronunciata dal pulpito, il sacerdote spese parole di speranza e di carità, incitando la sua gente a seguire i precetti cristiani dell’umana solidarietà e dell’amore fraterno. Poi, tra suggestivi canti di circostanza, depose il Bambino nella mangiatoia del piccolo presepe allestito sull’altare di San Vittore, tra statue antiche di terracotta raffiguranti pastori e contadini. Il Figlio di Dio si era di nuovo fatto carne, umile tra gli umili per la salvezza dell’umanità. Sui visi dei fedeli, illuminati dalla luce tremula delle candele, trasparivano gioia e serenità.

La notte di Natale fu alquanto agitata nella stalla dei Gardoni. Le forze del ragazzo mendicante scemavano a vista d’occhio. Alle sei le campane chiamarono i paesani alla messa mattutina; fuori il cielo era ancora buio, ma l’aria si era fatta più dolce e le prime luci dell’alba mostrarono nubi in arrivo da ponente. Al termine della funzione la moglie di uno dei Gardoni corse da don Pietro per informarlo della situazione e lo pregò di recarsi al più presto nella stalla. Il parroco acconsentì e, preso il viatico e la stola, venne accompagnato dal sacrestano e da due chierichetti nella vicina Cascina Grande. Resosi conto che il ragazzo era in punto di morte, lo confessò e gli elargì gli estremi conforti religiosi. Pochi minuti dopo il piccolo mendicante spirò.

Pur nelle tristi circostanze, don Pietro si sentì intimamente felice perché, come altre volte gli era capitato, aveva ricevuto la grazia di salvare una povera anima. Nessuno dubitava allora sulla brevità della vita terrena e che questo mondo fosse una valle di lacrime. Del resto la morte era di casa ed ogni settimana almeno un piccolo lasciava queste tribolate contrade per ascendere alla gloria celeste.

Le donne dei Gardoni lavarono la salma e la prepararono per la sepoltura nella nuda terra avvolgendola in un sudario e adagiandola infine su un tavolo di legno. Era il mattino del Santo Natale. Le famiglie festeggiarono la nascita di Gesù con un pranzo più sostanzioso del solito, col cappone ripieno lessato, vino e noci tenute in serbo per le grandi occasioni.

Don Pietro attese la fine della celebrazione dei Vespri e le ombre della sera per potere dare luogo al funerale del vagabondo senza nome. La festa più sentita ed amata dalla popolazione era liturgicamente finita e la fossa era già stata scavata dal becchino nel piccolo cimitero sistemato tra la chiesa e la roggia. Una preghiera ed un’ultima benedizione e poi la nuda terra accolse per sempre quel corpo rigido rapito dalla morte. Sul tumulo venne posta una semplice croce di legno. Quindi il parroco, il sacrestano ed i Gardoni, che lo avevano assistito nel rito pietoso, si ritirarono nelle loro case. Il cielo intanto si era addensato di nubi. Nella notte cadde la neve a coprire ogni cosa e la pace scese su tutta la Terra.

 *Questo racconto è stato scritto partendo dalla seguente annotazione contenuta nel Liber Mortuorum della parrocchia di Villachiara  relativo a quel periodo: “25 dicembre 1697. Morse un filiolo di anni 13 incirca nella stalla delli Gardoni, il di cui nome non si sa, né il suo paese, fu confessato da me prete e sepolto doppo vespro essendo il giorno del Santissimo Natale. Pietro Gozino Rettore”.

Letto 952 volte Ultima modifica il Mercoledì, 13 Gennaio 2010 07:55
 
 
 

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