Giovedì, 04 Febbraio 2010 20:01

Le immagini di Virginio Gilberti liberamente tratte dalle opere di Giacomo Ceruti

Scritto da  Floriana Maffeis


La sensibilità di Virginio Gilberti non poteva essere estranea alla sua terra. Ne sono prova il desiderio e la viva passione di entrare in sintonia con il grande patrimonio diffuso nel territorio bresciano, custodito nei musei di arte e storia della città e della provincia ma anche in aree archeologiche di consistenza notevole, in edifici chiesastici ammantati di cromie e nello stesso tempo di restituire immagini suggestive, cariche di forza, capaci di attrarre l’attenzione dello sguardo e della mente.

La sua è una ricerca continua di ciò che è più intimo. Sempre più spesso ricava momenti per sé, si regala qualche ora, a volte qualche giorno, rompendo il flusso dei rapporti quotidiani e familiari, delle convenzioni, per un’adesione e un profondo dialogo con luoghi carichi di significato per la memoria e l’identità. Nel “fare fotografico” il suo accostamento all’arte, intesa come insieme di architettura, scultura, pittura, decorazione, arredo, muove da premesse che non sono solo riproduzione ma anche investigazione e rappresentazione; appropriandosi della realtà e trasformandola ne suggerisce una nuova lettura.In questi ultimi mesi un’intuizione folgorante ha mosso la sua lucida coscienza portandolo sulle tracce di una prestigiosa dimora e di un gruppo di grandi teleri in essa esposti per quasi ottant’anni.

Privilegiando alcune opere, eseguite da Giacomo Ceruti “ciclo di Padernello”, ma non solo, le ha riambientate nell’antico maniero.
Ne sono emersi spiragli sorprendenti giocati sul filo di una lettura allegorica, volutamente consentita solo attraverso la dualità simbolica della solida stabilità dei legni delle porte e la caduca fragilità dei vetri.

La curiosità viene sollecitata già dal punto di partenza. La porta di una delle case-bottega del borgo si apre: attorno ad un piccolo e basso tavolo da lavoro, due artigiani sono intenti a modellare pelli per farne calzature.

Un cliente in primo piano accavalla la gamba sinistra per infilare con più agio il piede nella scarpa appena confezionata. Dal fondale scuro emergono i toni ribassati degli abiti dei calzolai, che dettagli di strappi e rattoppi rivelano di condizioni umili.

Non ha paragoni l’acuta individuazione dei volti, dove evidentissima appare la propensione del “Pitocchetto”a identificare, in termini assolutamente irripetibili, ogni protagonista.

In particolare, l’artigiano fermo e solenne, che si può scrutare solo attraverso l’opacità del vetro, rimanda ad eloquenti occhi silenziosi di altre opere, confermando che l’artista aveva più interesse per l’uomo che per l’ambiente che lo circondava.


La stanza del castello dove è raccolto il gruppo di ragazze è impregnata da un’atmosfera ferma. La porta che ci introduce è aperta per metà, il resto della scena è parzialmente celato da un telaio che sostiene, ma ancora per poco, ridotte lastre di vetro.

Sedute su semplici sedie impagliate le giovani muovono, con sapiente agilità delle dita, i fuselli per la lavorazione delle trine.

Il loro abbigliamento, oltre a risultare estremamente decoroso, è aderente alla lista della “bona dotalia” contenuta negli atti dei notai bresciani del periodo.

Così le belle gonne a righe multicolori (traverse), i pesanti grembiuli (bigaroli), i corsetti dalle maniche intercambiabili, e gli scialli appoggiati sulle spalle delle giovani donne, esperte in ricche bordure che andavano a guarnire fini camicie e preziose marsine dei nobili così come cotte e camici dei chierici.

Le acconciature formate da trecce, ordinatamente raccolte dietro la nuca, risentono ancora del pensiero di alcuni predicatori medievali che interpretavano le chiome sciolte delle donne come “trappola della lussuria”.

L’attenzione al lavoro in intimo silenzio, come si attende alla contemplazione e alla preghiera, è ritmata dalla voce della bambina che, ritta in piedi al centro della scena, legge dalle pagine di un libro che tiene aperto tra le mani.

Due ragazze volgono lo sguardo allo spettatore: mentre quella in primo piano non stacca le mani dai fuselli, quella del fondo si permette qualche secondo a braccia conserte, per celare con discreto pudore una mano rattrappita.

Le espressioni non tradiscono distacco dal loro intento, si ha l’impressione che torneranno subito a piegare il capo nella consapevolezza che a loro è negata qualsiasi altra prospettiva.




All’estrema destra una seconda bambina, più piccola, di appena quattro o cinque anni, abbigliata con un giubbetto rosso fiammante, colta di sorpresa, aggiusta con un gesto della mano destra le pieghe formate dall’arricciatura del grembiule, si volge in direzione dello spettatore; sul suo viso si coglie lo stupore dell’innocenza.




La sorprendente immediatezza del nano, accentuata dal punto di vista ribassato, e dalla penetrante rappresentazione della testa sul corpo deforme è, sia per lo scavo psicologico che per la resa del costume e dei dettagli, tra i risultati più impressionanti e potenti del “ciclo di Padernello”.

All’incisiva “messa a fuoco” della figura realizzata con tonalità fangose, Gilberti contrappone uno sfondo aggiornato dal quale emerge un azzurro terso contrappuntato da volute di soffici nuvole bianche che vanno ad incontrare l’orizzonte della bassa pianura.

Lì tra fragili alberelli mossi da lievi strati d’aria, l’erba è appena stata modellata in pieghe dai passi di un umanissimo eroe, tornato a sbirciare con struggente nostalgia le sale e gli ambienti che lo videro “ospite”.



La rustica eleganza di una porta centinata immette in un antro di servizio. La lavandaia, immersa in una desolata e affaticata solitudine, volge lo sguardo stanco fuori dalla scena senza interrompere il proprio lavoro. Quello che emerge è che la povertà è un argomento tremendamente serio, da affrontare con rispetto.






Più in là il ragazzo, venuto a ritirare i panni, si aggira per le nobili stanze. La luce che filtra dai vetri, ci illumina d’infinito.

Floriana Maffeis
Calendario Nymphe 2006



Letto 1513 volte Ultima modifica il Giovedì, 04 Febbraio 2010 20:44
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