Un giardino ordinato, progettato dal gusto romantico di quel tempo popolato di carbonari e rivoluzionari, di eroismo puro e amore per la patria. Una situazione paesaggistica bella ma artificiosa, annullata dalla trascuratezza degli ultimi blasonati proprietari, e dai roveti che nella Bassa tutto avvolgono e soffocano.
Quando nell’autunno del 2005 la Fondazione dava avvio al primo stralcio di lavori e andava a ripulire il fossato dalle melme stagnanti che ostruivano lo scorrere delle acque, si pensava anche alla schermatura delle ripe, questa volta proponendo essenze autoctone, più consone a ricreare quelle atmosfere che sono confacenti alla nostra pianura nebbiosa, un tempo meno produttiva e più paludosa, ricolma di acque stagnanti.
Si mettevano allora a dimora tremila piante di Misconthus, di Ligularia palmatiloba e dentata, di Ligulosia, di Misconthus giganteus, di Sportinia, di Panicum, di Lysimachga pessicosia, oltre ad essende di Alisma, Misconthus condensatus, Iris pseadoacorus, Juncus e Acosus colamus…
Le rane Toro, per fare un esempio, sono vissute nel fossato sino intorno agli anni Ottanta. L’ultima è stata schiacciata dalle ruote di un enorme trattore nel 1989. Questi grossi anfibi hanno riempito del loro inquietante gracchiare le notti di Padernello, per due secoli buoni.
Intorno al campo della magnolia invece è andata crescendo una storia bresciana misteriosa e strana: dice di streghe, tempeste e diavolacci alle Quattro Tempora de anno…in giro a recar danno a cose e uomini.
Gian Mario Andrico