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“Passio Christi”

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La notte del giovedì santo, nel latino della liturgia si apriva un varco per ospitare un piccolo capolavoro della letteratura dialettale la Passio Christi.Nel panorama pur molto frammentario della lirica religiosa del Duecento, precedente la formazione dei laudari, il primato va ad una matrice monastica.

La notte del giovedì santo, nel latino della liturgia si apriva un varco per ospitare un piccolo capolavoro della letteratura dialettale la Passio Christi.
Nel panorama pur molto frammentario della lirica religiosa del Duecento, precedente la formazione dei laudari, il primato va ad una matrice monastica.

Il monachesimo cassinese, e più in generale d’area mediana (tra Lazio e le Marche) è infatti ambiente aperto alla divulgazione in volgare, già dai Ritmi giullareschi del secolo XII e anche sul piano dell’innografia paraliturgica è a Montecassino che si registra la più antica traccia di volgare, il frammento in tre versi del Pianto della Vergine, apposto in calce a un dramma latino sulla passione (sec. XII-XIII) : “Eo te portai nillu meu ventre ; quando te beio, moro presente ; nillu teu regnu agime a mmente ».

Del resto, l’attenzione benedettina per il volgare è antica, e risale, oltralpe fino al secolo IX, tanto che si parla di una tradizione benedettina per tutta la fase originaria della letteratura francese 1. Se nel rinnovamento spirituale del secolo XIII ebbe notevole peso la cultura monastica, decisivo per lo sviluppo dell’innografia volgare fu il movimento dei Flagellanti e dei Disciplinati, originato nella grande Devotio popolare del 1260 che coinvolge i fedeli in processioni spontanee.

Migliaia di penitenti, accesi da fervore mistico, temendo imminente la fine del mondo, percorrono città e campagne invitando alla penitenza ; flagellandosi cantano inni “laude” a Dio e alla Vergine 2.
Accanto a queste associazioni un ruolo analogo ebbero le confraternite laicali dei Laudesi dedite precisamente al canto della laude (“ad laudes divinas”) documentate dal 1267 presso il convento di san Domenico a Siena 3. Promotore della nuova Devotio o Disciplina è il religioso Rainiero Fasani da Perugia, vivente nel 1277 e morto prima dell’aprile 1281 4.

A tale corrente si fa risalire la diffusione, tra le masse popolari, della laude in volgare, cioè componimenti che riprendevano in volgare la lirica religiosa dei secoli precedenti, intesa a celebrare Dio, la Madonna, i Santi. Nelle loro tappe, i Disciplinati dei primi secoli, non hanno dei veri e propri statuti: normalmente ogni gruppo possedeva la Lezenda del miracolo di frate Rainiero, accompagnata da semplici norme ascetiche, destinate a propagandarne i motivi ispiratori. Gli statuti sorgono nel corso del XIV secolo agganciando espressamente il carattere indulgenziale come ricordo della celebrazione dell’anno santo del 1300.

La Disciplina tocca maggiormente il mondo maschile, ma non mancano esperienze di vera partecipazione femminile 5. In questo contesto comunitario, aperto al coinvolgimento degli “illetterati”, prendono forma i primi laudari (intenzionalmente veniva congiunto il dolore della battitura con i flagelli alla gioia del canto), raccolte di repertorio per il canto di ogni singola compagnia: tradizione larghissima nel Trecento segnata dall’adozione di una nuova metrica musicale, quella della cosiddetta lauda-ballata.

Negli statuti di alcune di queste “congreghe” era detto espressamente che si dovessero insegnare le laude a tutti quelli che fossero atti a ciò, ma si fece anche di più commissionando componimenti a proprio uso che sfociarono in un vero e proprio teatro religioso caratterizzato dalla lauda drammatica e dalla sacra rappresentazione 6.
Restando nel Duecento non si possono dimenticare le cinque laude in forma di ballata composte da Guittone d’Arezzo e le più note di Jacopone da Todi 7 tra le quali emerge la lauda dialogata Donna del Paradiso in cui la crocifissione e la morte di Cristo trovano nel dialogo della Vergine e il figlio, il Nunzio e la folla, una  sapiente drammaticità.

La “Passio” bresciana

La Passione, pubblicata la prima volta da Giuseppe Bonelli, direttore dell’Archivio di Stato di Brescia, nella rivista Brixia Sacra (1914)8 e data alle stampe vent’anni dopo dallo stesso accompagnata da un accurato studio, sotto il profilo linguistico, di Gianfranco Contini 9 è contenuta in un codice quattrocentesco, datato 1412, compilato dal notaio bresciano Francesco de Cortesiis, confratello della Disciplina dei SS. Nazaro e Celso di Brescia e console generale della Congregazione delle Discipline di Brescia che riunite gestivano in comune in “burgo Albare” (contrada del Carmine) “ l’ospitalis”delle Discipline detto anche di San Cristoforo, già attivo dal 1344 nel concedere soccorso a  pellegrini, indigenti, infermi 10.

Emergono subito, dunque, legami con la storia delle Discipline e i loro statuti, come si apprende dagli ultimi versi della Passio : “…che observà i to statug” (anche se l’allusione è certamente riferita anche ai comandamenti). La datazione di questa Passio può essere assegnata alla prima metà del Trecento in quanto si presuppone che fra la copia manoscritta del 1412 e il testo originario sia intercorso un certo lasso di tempo 11.

Come ci informa la didascalia latina presente nel testo, l’esecuzione prevedeva l’impiego di quattro voci. Ai primi due cantori era affidato il ritornello: “Cum fo tradit el nos Segnor / E vel dirò cum grant dolor “, subito ripetuto dagli altri due; poi i primi due cantavano la prima quartina: “Al temp de quey malvas Zuthé / Un grant consey de Christ si fé, / Chel fos tradit et inganath / E su la cros crucificat” e gli altri due il ritornello, e così di seguito fino alla fine.
I cantori erano stipendiati e professionisti, a loro fanno cenno norme statuarie ed elenchi di spese delle confraternite 12.

Certo il canto più che dai Disciplinati era coltivato dai Laudesi che avevano “Scholae cantorum”, ma è tuttavia quasi certo che anch’essi cantassero la loro laude, come puntualizza la didascalia citata, a meno che “cantare”non significhi “recitare” o come nel teatro greco-romano il “monologo” accompagnato dal suono del flauto, o ancora il “cantilenare.
Sempre la didascalia offre altre note interessanti: la Passione veniva eseguita la notte del giovedì santo in chiesa “in nocte Iovis Sancte in eclesijs”.

Durante questo rito i confratelli in segno di umiltà, lavavano i piedi ai poveri, e al latino della liturgia si alternava il canto in volgare facendo coincidere il sublime e l’umile, cifra del mistero cristiano nell’incrocio delle due lingue 13.
Dopo la funzione alcune di queste confraternite, nei cui statuti era affermato l’obbligo di assistere i poveri, distribuivano agli indigenti pane cotto e ceci: “ex antiqua consuetudine quotannis feria quinta hebdomanda maioris…pane cocto salmas unam…nec non quartas 4 ciceris pauperibus”14.

I fatti narrati da questa Passione pur seguendo fedelmente il testo evangelico: la decisione del Sinedrio di uccidere Gesù, il tradimento di Giuda, l’ultima cena, la cattura, la morte sulla croce, la deposizione, la sepoltura, mostra tratti originali ascrivibili allo sconosciuto drammaturgo o alla comunità di cui si fa interprete. Cantore di una poesia alta e profonda, quasi senza aggettivi, l’Anonimo trecentesco mescola in una sintassi apparentemente grezza, in realtà sapientissima, i tempi verbali della vicenda tanto che la forza della parola dal tratto avito sa comunicare al lettore e all’ascoltatore momenti di intensa commozione. Il dialetto emergendo nella sua struttura fonologica arcaica si carica di vigore, entra e si incastona come una scheggia d’oro nella carne.

Floriana Maffeis

Dello 8 marzo 2007

 Note

1 L. Leonardi F. Santi, La letteratura religiosa, in Storia della letteratura italiana. Dalle origini a Dante, vol. I, a cura di E. Malato, Milano 2005, pp.361-362.
2 Idem
3 G. Varannini, Ambrogio Sansedoni fondatore dei laudesi a Siena, in Italia Dialettale. Liturgia e letteratura dei primi secoli, vol. I, Pisa 1994, pp.185-198.
4 E. Ardu, Frater Raynerius Faxanus de Perusio, in  Il movimento dei disciplinati nel settimo centenario del suo inizio, Spoleto-Deputazione St. Patria Umbria, 1992, pp.84-94.
5 M. Tosi, Origine della Disciplina, in Archivium Bobiense. Rivista degli Archivi Storici Bobiensi, Bobbio (Pc) 1983, p. 7.
6 G. Petronio, L’attività letteraria in Italia. La letteratura religiosa, Palermo 1970, pp.44-45.
7 Leonardi-Santi, 2005, pp. 363-376.
8 G. Bonelli, Una “Passio Christi” in dialetto, in Brixia Sacra, V, anno 1914, pp.111-119. Oltre a questa “Passio” sono da ricordare quella della Disciplina di san Valentino a Breno, pubblicata in Memorie Storiche della Diocesi di Brescia, V (1934) (= MSB, 9 ), e quella vergata in gotico di Bovegno alla quale si accenna in Bovegno di Valle Trompia. Fonti per una storia, 1985, p.XVI.
9 G. Bonelli G. Contini Antichi testi bresciani editi da G. Bonelli e commentati da G. Contini, in Italia Dialettale XI, 1935, pp. 115-151.
10 R. Navarrini, Lo statuto della congregazione delle Discipline di Brescia, in Postumia, 1992, pp. 64-75.
11 P. Tomasoni, Un’antica “Passio” bresciana, in Commentari dell’Ateneo di Brescia per l’anno 1989, p. 372.
12 Idem.
13 P. Gibellini, Poesia (e prosa) della Bassa, in Agro bresciano, Roccafranca (Bs) 1998, p. 78.
14 Archivio Vescovile di Brescia, Visita Pastorale alla Parrocchia di Dello del cardinale P. Ottoboni effettuata dal canonico Chinelli il 4 marzo 1675. Relazione del priore dei Disciplini Nazarius Ardesius.

 

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