Le donne della Bassa bresciana fra Ottocento e Novecento
di Paolo Zanoni
Le donne più belle mai viste a Villachiara sono quelle dipinte nel Cinquecento tra le finestre, in parte cieche, che sottolineano il prospetto del castello sulla piazza.
Le donne della Bassa bresciana fra Ottocento e Novecentodi Paolo Zanoni
Le donne più belle mai viste a Villachiara sono quelle dipinte nel Cinquecento tra le finestre, in parte cieche, che sottolineano il prospetto del castello sulla piazza.
La loro grazia altera non conosce declino, il loro portamento nobile non teme confronti. Il fascino che emana dai lacerti di affresco, dal pallore dei volti, dalla fantasia delle acconciature e dalla gentilezza delle vesti, è sempre seducente.
Sono solo pochi frammenti di gusto rinascimentale; quanto basta per mettere in mostra e tramandare l’ideale femminile di un’epoca lontana. Sono poche le notizie giunte fino a noi sulla condizione delle donne di quel tempo, ma oltre il perimetro castellano, fisicamente segnato dal profondo fossato colmo d’acqua, la loro vita era segnata da tristi certezze.
Le continue gravidanze sollecitate dall’alta mortalità infantile, le cure domestiche, i lavori dei campi e le altre incombenze, come l’assistenza agli ammalati e agli anziani, tutti membri della famiglia patriarcale contadina al cui interno si consumava l’intera esistenza, precludevano alle donne ogni spazio di intimità, qualsiasi aspirazione di emancipazione dall’angusto sistema chiuso in cui erano obbligate. Incommensurabili sono stati i sacrifici delle donne vissute fino al tramonto della nostra civiltà contadina, sopportati nel silenzio e nella dedizione agli altri e oggi quasi del tutto dimenticati.
Eppure esse seppero sempre mantenere estrema dignità morale e nel portamento, come pure si intravede nella breve citazione tratta dalle “Memorie Bresciane” di Ottavio Rossi del 1620 riferita ai contadini della Bassa: “Verso il Cremonese han carestia di vino; e nondimeno sono coloriti, e particolarmente le donne, che ritrovando le loro morbidezze tra la continua fatica, han tuttavia per lo più un sangue gratioso, colorito in una bianchezza tanto viva, e naturale, che non s’infoschisce per accidente alcuno”.
Sulla moralità delle persone vigilava la Chiesa con i suoi parroci depositari dei segreti più reconditi delle comunità affidate alle loro cure. Dalle loro relazioni ai vescovi in visita pastorale si evince, per quanto riguarda Villachiara, una situazione tutto sommato tranquilla, tanto che il rettore Gabriele Martinelli scriverà nel 1684: “Coniugati tutti stanno in santa unione”. Ovviamente si guardava bene da denunciare le soverchierie dei potenti, universalmente conosciute e che trovano conferma nelle manzoniane attenzioni di Don Rodrigo per la contadina Lucia Mondella.
L’esistenza delle donne della Bassa rurale fino a Novecento inoltrato è stata in realtà segnata dalle fatiche, dalle malattie che falcidiavano gli infanti, da tante morti per parto, da vedovanze precoci che obbligavano alle seconde o alle terze nozze per trovare nella famiglia protezioni inconcepibili al di fuori di essa. Il fardello greve delle preoccupazioni quotidiane non escludeva la solidarietà e le lattanti della pianura erano preferite per la loro sana costituzione fisica rispetto a quelle di altre aree della provincia per l’affido dei neonati abbandonati nelle ruote dei conventi o negli ospedali cittadini.
Le anagrafi parrocchiali dei paesi sono piene di bambini tenuti a balia, i cosiddetti “figli dell’ospedale”, cui venivano dati nomi fantasiosi, come quell’Itala Irlandi cresciuta dalla mia bisnonna paterna Caterina o quel Socrate Sareni affibbiato al mio bisnonno materno.
E tuttavia la condizione femminile nella Bassa bresciana occidentale è ancora quella descritta con crudo realismo nel 1836 da Pietro Rebuschini: “Non è da omettersi un’osservazione circa le donne de’ paesi dove è estesa la coltivazione del lino, come nei distretti di Verolanuova e di Orzinuovi. Esse, dipendentemente da tale coltivazione, sono gravate da un lavoro assai faticoso ed anche nocivo alla salute, com’è quello non solo della macerazione e del successivo disseccamento del lino, ma sopra tutto della maciullatura. Quest’ultimo lavoro, che dura per molti giorni dell’anno, le tiene occupate dal primo mattino fino a notte in un continuo scuotimento della persona, ed in mezzo ad una polvere che pregiudica la respirazione; laonde si vedono quelle infelici appassire nel fior degli anni, invecchiare anzi tempo, e mancar sempre di quel brio e di quell’allegria che è propria della migliore età e di una sana costituzione fisica”.
Nella su relazione, stesa nello stesso anno nell’ambito della indagine Czoernig, il commissario distrettuale di Orzinuovi Antonio Celli, scrisse a proposito delle occupazioni rurali: “Le donne non lavorano il terreno, il quale si riduce per mezzo dell’aratro, ma travagliano nel zappare il formentone, nell’estirpare e lavorare il lino, e nell’ammucchiare il fieno nei prati”.
Operazioni alle quali bisogna aggiungere la cura degli animali da cortile e l’allevamento dei bachi da seta. L’esame dei contratti agrari in vigore nella grande azienda dei conti Martinengo a Villagana nell’Ottocento, fornisce notizie interessanti in merito agli obblighi delle mogli e figlie delle diverse figure di sottoposti. In particolare, oltre alle varie lavorazioni del lino, “le donne del bracciante è obbligata per centesimi 27 al giorno nel lavoro del fieno, nello sgramignare, spradare e raccogliere foglie, ai quali lavori non potrà mai rifiutarsi quando ne sia chiamata dal fattore, sotto la penale d’esser addebitato il bracciante di soldi 12 ogni giornata mancata dalla donna obbligata”.
Anche le donne dei bifolchi erano obbligate a lavorare a giornata ogni qualvolta fossero richieste, mentre la moglie del fattore doveva curare il bucato, la pulizia e la sorveglianza della casa del nobile padrone, nonché mantenere e custodire i sacchi e i teloni in uso all’azienda. La relazione stesa da Luigi Sandri e pubblicata nel 1882 nell’ambito dell’inchiesta agraria Jacini, offre spunti interessanti sulla condizione femminile nelle campagne della Bassa bresciana occidentale, comprese nel Circondario di Chiari.
“Nella zona bassa, ove c’è la coltivazione del lino, è pure necessario introdurre i nuovi istrumenti e le nuove macchine per la relativa lavorazione, la quale come si fa oggi è imperfetta, e richiede un lavoro faticosissimo per parte della donna…”. Ancora più pesante era la giornata delle donne che lavoravano nelle filande nelle poche settimane che seguivano la cernita dei bozzoli. Qui “si occupano molte donne, le quali percepiscono anche discrete giornate, ma sono costrette a lavorare per ben 12 ore. Nei paesi ove le donne trovano lavoro, abbiamo gli uomini fannulloni che vivono sul lavoro di queste”.
Occorre considerare che allora le famiglie contavano in media 10 o 12 individui e che le faccende domestiche restavano di competenza femminile. Tant’è vero che il Sandri era costretto a scrivere: “Il lavoro delle donne è abbastanza grave; tanto per quelle che si occupano negli stabilimenti, quanto per quelle della zona bassa…”. Aggiungendo che “le donne prendono marito giovani, dai 17 ai 20 anni”.
Durante la Grande Guerra, oltre ad occuparsi dei vecchi e dei bambini, le donne dovevano sbrigare gran parte dei lavori agricoli, essendo i mariti e i giovani impegnati al fronte. Nel ventennio fascista a loro era demandato il compito di mettere al mondo più figli possibile, tanto è vero che ogni anno venivano gratificate le famiglie numerose. Tutto per alimentare la grandezza della nazione e i sogni di gloria del regime. Consacrata alla casa, la madre di famiglia non aveva tempo per lo svago, ma anche alle ragazze, inquadrate tutte nelle organizzazioni giovanili e religiose, non restava che organizzare il ballo in privato, essendo stato bandito questo divertimento dai luoghi pubblici.
Tutto quanto riguardasse la sessualità era naturalmente tabù e doveva consumarsi nell’ambito matrimoniale. Tuttavia ciò non ha mai impedito le nascite extra coniugali che, oltre a costituire peccato grave, andavano contro l’ordine civile. Ne conseguiva la condanna severa e l’occultamento, il più possibile, di questo fenomeno per non turbare la vita delle comunità. In un regolamento del 1818, la levatrice condotta doveva, tra l’altro, tenere il registro delle partorienti assistite, omettendo tuttavia “il nome delle persone nubili, e di quelle il cui nome dovesse tenersi segreto per essere le medesime gravide in causa di commercio illegittimo. Sarà pure in dovere di tener d’occhio le femmine gravide da cui si potessero temere o parti furtivi, od aborti…”.
Con tutte le conseguenze di legge che ne discendevano. Aborti clandestini che pure accadevano, in barba ai rigori delle vigenti norme. Come quello procurato alla diciannovenne Luigia Bortolini di Bompensiero, incinta di sette mesi, costretta dal suo amante, il fabbro del paese, ad assumere un intruglio di erbe e di limature di ferro. La sventurata morì di setticemia il 26 febbraio 1877, invaso il corpo “da una quantità di vermi, rotto il ventricolo e parte di intestini, offeso il fegato, rotta la milza ed offesi i genitali”, come sta scritto nell’impietoso necrologio stilato dal parroco di Villachiara. Il reprobo, resosi latitante, venne rintracciato dai gendarmi ed assicurato alla giustizia.
Ancora nei “Capitoli del sacrista della Chiesa Parrocchiale di Villachiara”, aggiornati al 31 dicembre 1909, si può leggere: “… per i battesimi di illegittimi, dovrà anche di notte prestarsi gratuitamente e mantenere un rigoroso silenzio”. Figurarsi il clamore suscitato da un caso di bigamia scoperto ad Orzinuovi, e prontamente represso con l’arresto della disinvolta protagonista.
A rendercene edotti è la vivida cronaca di don Francesco Perini: “3 giugno 1861. La moglie di due mariti. Una certa Salviotti piacentina, ma nata a Ludriano ed ivi ritornata da circa un anno, seppe condor così bene le sue faccende che due mesi fa si maritò con un certo Calzavia. Ieri, capitata qui agli Orzi per godere della festa, venne riconosciuta da piacentine del suo paese. Indi si seppe che era già stata maritata, che in seguito era scappata, che veniva ricercata. Fu stragrande la loro sorpresa quando seppero che era moglie d’un altro.
Questa è veramente bella, ma quello che la rende più bella è la circostanza che essendo orfana e minore degli anni ventuno, per poter darle l’assenso per maritarsi le fu da questa Pretura nominato un tutore, e che il parroco di Ludriano vedendola si giovane si fidò delle sue asserzioni di stato libero e assistette al matrimonio senza esperir quelle pratiche che la qualità di forestiera esigeva. 4 giugno. La moglie di due mariti per ordine della Pretura venne oggi tradotta a queste carceri. Il secondo marito, un povero imbecille, ve l’ha accompagnata. Dimandò di poterle dare un bacio e crede che il suo matrimonio sia il più sicuro e che dopo il processo tornerà con lui. E il primo marito!”.
Fece sorridere anche il suo giovane curato, quando nei primi anni Sessanta il parroco di Villachiara don Angelo Spinoni gli manifestò il suo disagio constatando come ai tornei notturni di calcio all’oratorio assistessero molte ragazze, che potevano essere turbate dalla vista di giovanotti in mutandoni che mostravano le gambe. Si era agli albori della civiltà industriale che eclissava quella contadina in cui, spariti i signorotti di origine feudale, diversi proprietari terrieri approfittavano delle mogli dei loro dipendenti, minacciando in caso di rifiuto la disdetta e la perdita del lavoro per il prossimo San Martino. Anche questo si sente ancora dire dai nostri anziani.
Da allora le donne hanno recuperato molta strada, a cominciare dal diritto di voto attivo e passivo conquistato nel 1946, anche se la parità fra i sessi è ben lungi dall’essere raggiunta. Il resto è storia dei nostri tempi. Oggi fa un certo effetto vedere nelle nostre strade, accanto alle nostre donne largamente emancipate, quelle musulmane nelle loro vesti che lasciano scoperto solo l’ovale del viso in ossequio degli immutabili precetti coranici che sanciscono anche la loro sottomissione ai mariti.
Così è stato trasmesso dal Profeta per non esporle alle tentazioni esterne, dando per scontata una congenita fragilità femminile. Prima di giudicare credenze e usanze che per la nostra cultura ci appaiono arcaiche, bisognerebbe riflettere sul nostro passato, sui tanti pregiudizi e sulle limitazioni di ordine religioso di cui sono state oggetto le donne. In quanto alle debolezze femminili, si sente ancora raccontare nei nostri paesi che diversi mariti in procinto di partire o in licenza durante la Seconda Guerra Mondiale, mettevano incinta la moglie per essere sicuri di non essere traditi.
notizia tratta da Popolis
Data di pubblicazione: 21/05/2007



