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Sole e nebbia novembrina

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ImageCi sono le colonne a sorreggere i volti della stalla, di quel marmo dal pallido colore che arrivava da Botticino, lassù al limite della pianura, dove, in un tempo andato via da poco, dall’alba al tramonto tintinnavano e battevano le punte degli scalpelli a intagliare i blocchi cavati dalle spalle del monte, uno dei ronchi che fanno da palcoscenico alla città di Brescia.

Le colonne uscivano dalle botteghe ancora grezze e sui carri, coi cavalli al giogo, raggiungevano la Bassa per sorreggere i volti delle stalle. Ora sono mute e silenziose, gli animali non ci sono più, ma le storie contadine rimangono aggrappate, come l’erba secca, fra i mattoni rossi dei casolari segnati dall’usura e da quel tempo in cui sulla grande aia, circondata dalle stalle, le grandi vacche stavano immobili nell’afa soffocante delle lunghe giornate d’estate o nella nebbia dell’inverno che tutto avvolge e nasconde i segreti di santa Lucia.

Le case povere dei braccianti si riempivano del profumo del latte, della polenta e del pane fatto in casa. Era l’aia a far da confine alla grande casa padronale, il portale era dello stesso pallido marmo, ma levigato e inciso a donare lustro e armonia architettonica alla gentilizia dimora; miseria e nobiltà s’affacciavano una fronte all’altra sulla stessa corte in mattoni rossi, arricchita dalla piccola chiesa.

ImageTrasudano di storia mai scritta quei muri erosi, poveri di malta e ricchi di storie di quell’umanità che ha vissuto nelle case coloniche affacciate sulla grande aia, in parte pavimentata con lastre di pietra grigia e il resto con mattoni disposti come le scaglie delle groppe dei pesci che sguazzano nel fango dei fossi, dove una vecchia vasca in marmo abbeverava le bestie.

Un tempo, nei giorni di novembre, nelle basse pianure fumose di nebbia e di umidità, non mancavano le tradizioni; segnavano il ritmo delle stagioni e, nelle stagioni, le scadenze quotidiane della vita, come i giorni di San Martino, per noi, ora, solo sinonimo di trasloco. Era il tempo dei nostri bisnonni, allo scadere del contratto agricolo, molti braccianti si trovavano senza lavoro dalla sera alla mattina.

Le strade di campagna e l’argine del fiume assistevano, nella nebbia e ai primi freddi, alla malinconica processione di intere famiglie costrette ad andarsene; carri nell’alba buia lasciavano i grandi cascinali, carichi di mobilio sgretolato dai tarli e di un’umanità tarlata dalla miseria. Ora fra le colonne della stalla c’è solo il silenzio, ma le mura non hanno dimenticato le risa e il gioco dei bambini che, in un tempo non lontano, scorrazzavano per l’aia rincorrendo galline e tacchini, mentre al tramonto d’una sera d’estate si batteva il grano.

ImageSembra di vederle ancora le braccia forti dei contadini che muovevano falci e zappe e delle donne che pettinavano il lino e portavano la foglia del gelso ai bachi da seta. Poi l’estate se ne andava e il sole tramontava in fretta; la nebbia abbracciava la sera e, dopo la polenta, le famiglie si riunivano nella stalla tra l’alito delle vacche e il tepore odoroso dello sterco.

Fra le colonne di Botticino i braccianti improvvisavano il teatro, raccontavano storie per ingannare il brontolio delle pance dei figli seduti sulle ginocchia delle madri, con gli occhi sgranati e le bocche spalancate. Con l’autunno se ne andavano le foglie e arrivava il giorno di San Martino; la sorte, quella dettata dagli umori e dai conti delle tasche del padrone e non dalla sfortuna, coglieva d’improvviso le famiglie dei braccianti in quei giorni che s’affacciavano alla porta dell’inverno.

In “quattro e quattr’otto si caricava il carro, si abbracciavano i vicini, di loro non rimaneva altro che il rumore degli zoccoli e del cigolio del carro sulla grande aia, mentre le loro sagome si perdevano nella nebbia.

Queste colonne mi hanno narrato delle fatiche, della miseria, delle ingiustizie che in me vivono solo nel ricordo dei racconti di mia madre, ma non posso non riflettere sulla sorte dei poveri, quelli, tanti, che abitano al sud del mondo e che, molte volte, sono costretti dalla fame e dalla sorte dettata non dalla sfortuna, ma dagli umori e dai conti delle nostre tasche, a caricare figli e fardelli e andarsene in cerca d’un San Martino.

Eppure le loro case si affacciano sulla stessa aia delle nostre ricche dimore…

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Andrea Soregaroli scrive:
Bella e precisa ricostruzione, con un'infinita tristezza per quel patrimonio umano, di sapere contadino e di bellezze architettoniche delle aie e delle cascine lombarde.
Da chi ha, anche solo per pochi anni, vissuto quei tempi.
Grazie a Valerio Gardoni. 

 

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