
Alla fine degli anni Cinquanta le strade di Villachiara non erano ancora asfaltate. Polvere in estate; pozzanghere nelle stagioni piovose; neve e ghiaccio secco nel culmine dell’inverno. L’attesa del Natale iniziava presto in paese ed era scandita da riti religiosi e profani che si ripetevano uguali tutti gli anni. Terminati i raccolti e l’essiccazione del granoturco sulle aie, esauriti gli ultimi pascoli, completate le semine del frumento, la natura si inoltrava nel letargo invernale, mentre l’aria si faceva sempre più fredda e le giornate corte lasciavano spazio a notti profonde.
Il fieno era al suo posto sotto i portici, così come le foglie raccolte lungo le alberate e le masöle dè melgas sgomberate dai campi. Ricoverati per tempo gli animali, i contadini provvedevano a sigillare le finestre delle stalle per preservarli dal gelo. Fuori si respirava e si alitava nebbia.
Il Natale della mia infanzia era sempre desiderato e preparato; in chiesa, a scuola e in casa. L’unica stanza riscaldata della vecchia abitazione era la cucina con la stufa a legna che serviva anche per cuocere le vivande e a riscaldare l’acqua. Dalle travi del soffitto della camera da letto pendevano i salami a stagionare, dono prezioso del maiale allevato durante l’anno con la farina e gli scarti della tavola. I vetri erano spesso arabescati dai venti di tramontana, mentre le bufere di neve ovattavano perfino il battito delle ore dal campanile.
Con l’approssimarsi delle feste della Natività le preghiere serali si allungavano e si arricchivano di buoni propositi. Così come durante l’intero anno scolastico, la maestra ci assegnava temi attinenti al mese di dicembre ed al periodo natalizio, stimolando la nostra fantasia e le nostre capacità descrittive. Poi, prima delle vacanze invernali, si preparava tutti insieme il presepe di classe ed i biglietti augurali. E’ stato a scuola che ho visto i primi rametti di agrifoglio dalle foglie spinose e dalle bacche rosse. Allora da noi non c’erano neppure i giardini per coltivarlo, preferendo la gente tenere gli alberi da frutta e riempire gli orti di cavoli ed altre verdure. La maestra ci diceva che l’agrifoglio era una pianta bene augurante ed i suoi aghi avevano il potere di tenere lontani gli spiriti maligni dalle case. Per noi gli unici sempreverdi famigliari erano l’edera, i rami di conifera, di ginepro e di pungitopo usati per allestire i presepi.
Il 23 dicembre chiudeva la scuola ed i nostri pensieri volavano subito al Natale. La cartella di cuoio con l’astuccio di legno, i libri ed i quaderni, veniva dimenticata in un angolo della casa; per i compiti c’era tempo negli ultimi giorni dell’anno. Così per i bambini della mia generazione, abituati alla vita all’aperto, iniziavano le avventure nei cortili e nei campi intorno al paese. I nostri giochi preferiti erano le battaglie a palle di neve, se ce n’era, scivolare sulle biöscaröle di ghiaccio accuratamente levigate o camminare sulle superfici ghiacciate dei piccoli rivoli di scolo, sfidando, spesso senza successo, la resistenza delle lastre sottili e diafane.
La nostra formazione culturale ha tratto molti benefici dal costante rapporto con la natura. Tra l’altro si imparava a conoscere i piccoli uccelli invernali come lo scricciolo (sbüsa ses) e il pettirosso, assenti nelle altre stagioni dell’anno. Saltellante tra i rami scheletriti delle ceppaie o tra gli spogli intrichi dei rovi, il pettirosso aggiungeva una nota di vitalità e di allegria nel paesaggio algido ed immobile. Dai nostri libri di scuola, zeppi di favole e di leggende, venni a sapere che le piume del petto di questo uccellino erano state colorate dal sangue di Gesù durante il suo generoso tentativo di espungergli col becco dal capo le spine della corona.
Sarà stato per l’aria pungente, per lo spettacolo dei campi imbiancati, per le volute grigie del fumo che saliva dai comignoli delle case, o per i ghiaccioli (candilì) che pendevano dalle grondaie, ma gli inverni di allora ci sembravano più rigidi di quelli attuali. E forse era proprio così, in un tempo in cui l’inquinamento atmosferico era del tutto sconosciuto o marginale. La difesa personale dal freddo era affidata agli scarponi, ai pantaloni pesanti e ruvidi e per tutto il resto alla lana.
Ma l’aria riusciva comunque a penetrare tra le maglie lavorate a mano coi ferri dalla mamma e l’unico antidoto efficace rimaneva il movimento continuo. Il viso e le mani, che erano le parti scoperte del corpo, assumevano allora coloriti sanguigni che venivano frettolosamente scambiati da tutti per buoni indici di salute. Eppure, tra la diffusa povertà e la semplicità della vita quotidiana, quegli anni sono sempre ricordati come i più belli e sereni della vita, pieni della gioia che scaturisce da gesti spontanei e da piccoli doni.
Non possedendo il necessario per costruire un mio presepe, andavo nelle case del vicinato per ammirare quelli dei miei amici e dei parenti, rimanendo ogni volta incantato dalle diverse soluzioni adottate e dalle mutevoli scenografie. Erano piccoli presepi che occupavano i focolari spenti o gli angoli di una stanza. L’unico grande presepe di quel periodo venne realizzato dalle suore all’Asilo, completo di giochi d’acqua e di illuminazione elettrica.
Nel 1961 vennero asfaltate le strade di Villachiara ed il mondo che ci circondava mutò di colpo. Finiva l’epoca dei contadini e nasceva quella degli operai. La civiltà della terra lasciava spazio a quella dei consumi. Nelle case entrarono i televisori e gli altri elettrodomestici, sostituendo mobili e suppellettili fattisi rapidamente obsoleti. Fu allora, mentre frequentavamo ancora la scuola elementare, che nostro padre ci regalò le statue del presepe, come dono di Santa Lucia. Con molto impegno e risultati poco esaltanti, lo allestimmo fino all’età dell’adolescenza sul pianale del buffé.
Ci faceva compagnia per tre settimane, illuminato di sera da alcune candeline. Abbiamo ripreso a fare il presepe due anni fa in occasione del concorso “Il paese dei presepi” lanciato dall’Asilo, dalla Parrocchia e dal Comune e per incanto ci siamo ritrovati tutti bambini. In un periodo in cui si comunicava molto con la scrittura, non mancavano ogni anno in casa nostra, e fino agli inizi degli anni Settanta, gli auguri degli “Inglesi”. Si trattava di mister Peter Atwood e di sua sorella Anty, che inviavano da Londra una cartolina con scritto pressappoco così: “Merry Christmas and good new year to yow from....”.
Presso la loro fattoria, nei dintorni di Cambridge, mio padre e mio zio erano rimasti a lavorare come braccianti tra il 1944 e il 1946, durante la prigionia, consolidando rapporti di stima e di affetto reciproci che sono venuti meno solo con la scomparsa dei più anziani proprietari britannici. L’eredità di quella esperienza è stata rappresentata per almeno un ventennio dalla immancabile presenza della cucuma fumante di tè sulla nostra tavola.
La nostra cena della vigilia era rigorosamente di magro, essendo costituita da un abbondante piatto di pastasciutta, con un pezzo di mostarda e qualche fico secco di contorno. Anche il pranzo di Natale non aveva nulla di eccezionale. I piatti forti erano il salame cotto o il cappone lesso e con ripieno, che dovevano bastare, col brodo risultante, anche per la cena ed il pranzo successivo di Santo Stefano. Come dolce, un pezzo di torrone e pochi datteri. Il panettone è arrivato in seguito, portato in paese, con altri dolciumi, dagli operai pendolari che lavoravano a Milano. Ma ciò che rendeva il Natale diverso dalle altre feste comandate era il calore della famiglia riunita intorno alla tavola.
Nel frattempo la ricchezza distribuita dal boom economico cambiava la vita quotidiana, mandando in soffitta molte tradizioni, tra cui quella del presepe. Il posto delle statuine in gesso venne preso dagli abeti addobbati con sfere sfavillanti e luci multicolori, dai Babbo Natale dalle fluenti barbe bianche e dal costume rosso. Mode che venivano dal Nord Europa e che, a mio avviso, male si conciliavano col raccoglimento ed il significato delle nostre tradizioni contadine.
Nel mutare delle generazioni e dei costumi, il Natale rimane pur sempre una grande festa religiosa che celebra la venuta di Gesù tra gli uomini. Dalla stalla di Betlemme, tra gli umili pastori, è iniziato il mistero della Redenzione, segno dell’immenso amore di Dio per l’umanità compromessa dal peccato originale. La Chiesa anticipa l’evento con le quattro settimane penitenziali dell’Avvento, contrassegnate dal colore viola dei paramenti sacri. La novena di Natale suggellava i preparativi al grande giorno. Conservo un vivido ricordo delle novene pre conciliari presiedute dall’anziano parroco del mio paese don Angelo Spinoni. In modo particolare mi sono rimasti impressi nella mente i suggestivi canti in latino, frutto di sedimentate sapienze secolari in grado di fondere mirabilmente parole e melodie. “Rorate cieli de super et nubes pluant Justum”, recitava l’antifona. Nelle sere precocemente buie della novena la chiesa, gelida più che mai con i suoi marmi, era gremita di donne avvolte in pesanti scialli di lana e di uomini intabarrati nei loro mantelli neri.
Alla messa della mezzanotte di Natale si poteva ammirare il presepe di don Angelo. Non riservava mai sorprese, sempre lo stesso con le sue statue in gesso diseguali ed un po’ ammaccate adagiate su un pavimento di paglia. Sempre nello stesso angolo a lato dell’altare della Madonna del Rosario, sotto la seducente figura di Ester con l’indice accusatorio puntato verso il traditore Aman.
Le solennità del Natale e di Santo Stefano passavano in fretta, tra messe cantate e vespri accompagnati dall’organo. La gente intravedeva già spiragli di luce nel timido prolungarsi dei giorni. “A Nedal an pas dè gal”, dice un vecchio proverbio popolare. Poi veniva l’ultimo dell’anno col Te Deum di ringraziamento, seguito dal Capodanno col suo carico di auguri e di speranze. Con l’anno nuovo i giorni parevano scorrere più veloci, avvicinando inesorabilmente il ritorno sui banchi di scuola. L’omaggio del bacio al Bambino in chiesa, nel vespro pomeridiano dell’Epifania, decretava praticamente la fine delle nostre vacanze.
Questo è quanto ho potuto trarre dai fondi indefiniti di quella sorta di disordinato magazzino che è diventata la mia memoria. E’ passato molto tempo dalle feste natalizie degli anni Sessanta, che hanno reso felice la mia infanzia; tutto è cambiato con una rapidità inverosimile. Ma Natale rimane sempre Natale, con il suo messaggio di amore e di bontà rivolto al cuore di tutti gli esseri umani. Dopo un lungo appannamento è tornato in auge il presepe ed ogni comunità gareggia nel presentarne di grandi e di suggestive proporzioni, in grado di stupire e di meravigliare piccoli e grandi. Ce ne sono di notevoli anche a Villachiara e sue frazioni, come quello di Arduino Valsecchi a Bompensiero e quello allestito dai ragazzi dell’Oratorio San Luigi.
E decine sono i presepi che nelle case del mio paese brillano per fantasia, originalità e impegno, perché il Natale ed i suoi simboli sono nell’intimo di tutti. “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”, risuona da duemila anni su questo mondo dilaniato dalle guerre, accecato dagli odi, affamato dalla povertà, umiliato dalla miseria. Per un giorno almeno, il pensiero vada ai deboli ed agli oppressi e l’animo assapori l’ebbrezza del bene e della pace.
Buon Natale a tutti!



