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I falò propiziatori di primavera

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ImageNelle società contadine i riti legati al fuoco.

Nebbia; giornate buie e brevi che paiono fagocitate dal nulla, anche se la tradizione recita A Nedal an cant dèl gal (a Natale le giornate si allungano quanto la durata di un canto del gallo); umidità densa che entra nei portici, penetra sotto alle barchèsse così come nelle ossa degli animali e degli uomini…

Gennaio è ormai lontano: Se sarà stato potente e freddo a dovere si riterrà soddisfatto, se avrà fatto bonaccia si vendicherà chiedendo alcuni giorni a Febbraio, accorciando così il mese già di per se stesso corto, ciò per mantenere le antiche promesse fatte: portare gelo, neve e sterilità…

E il preoccupato mondo contadino di una volta? Aveva paura che il buio vincesse la Lux, la luce; che il freddo uccidesse

Madre terra; che la sterilità diventasse permanente: allora per il genere umano sarebbe stata, sul serio, la fine. Il terribile “Inverno” andava allora vinto, scacciato, esorcizzato. Ma come? Celebrando le “Feste”, ovvero l’insieme di quelle manifestazioni collettive legate al trascendente, al magico e all’irriverente che avevano luogo nell’ambiente rurale, e che avevano grande forza soprattutto in questo periodo dell’anno, quando la Pora (la paura di intere generazioni) era vera, presente.


ImageLe Feste cristiane traevano origine da antichi e pagani riti messi in campo per combattere i fenomeni naturali contro i quali l’uomo era sempre stato indifeso, impotente. Tanto e tale era stato, nell’antichità, il terrore nei confronti delle “Terribili forze della Natura” che, ad un certo punto, l’umanità le divinizzò, diede loro sembianze uguali alle sue, per renderle più “umane”, meno sconosciute, più amiche…Ecco allora il prolificare di celebrazioni “strane”, per nulla ortodosse, frutto di quella saggia e silenziosa alleanza fra vecchia e nuova religione, nate per acquietare le coscienze, per tranquillizzare l’animo umano che temeva la vittoria del male sul bene, della notte sul giorno, della morte sulla vita.


Appena passata l’Epifania i paesi del piano si animavano in segreto, i contadini si riunivano, tramavano, si organizzavano per dare vita a innumerevoli falò propiziatori, purificatori, dal potere esorcistico. Nella “notte dei tempi”, e in particolare dove le società erano contadine, cioè affidavano l’esistenza al mondo natura e all’agricoltura, si inventarono riti legati al fuoco che, per millenni, illuminavano quelle fosche notti. Venivano accesi sulle ripe dei fiumi, grandi e piccoli, presso le Pievi o vicino a santuari particolarmente venerati, o nel bel mezzo di vasti campi dove, da lì a poco e se Dio voleva, si sarebbe celebrato il sacro rito della semina.


Non c’era paese o villaggio delle Basse che non si affannasse ad innalzare la pira, alta il più possibile, retta da un enorme arbore conficcato nella terra, a rammentare l’atto sessuale della fecondazione, il gesto dell’amore. Le fiamme, una volta accese, si specchiavano sulle acque. Fuoco e acqua erano gli elementi potenti e insostituibili che garantivano la buona riuscita del rito per garantirsi un futuro. Spesso sulla sommità della pira si collocava un fantoccio a forma di Vecchia decrepita e malconcia, che simboleggiava il passato, le cose negative di cui bisognava liberarsi: pena l’avvento di un anno al nero, con la venuta del malocchio, della sfortuna e quindi della miseria.


ImageMentre le fiamme si alzavano nel cielo bisognava saperle osservare per leggerne i movimenti, i moti; le forme delle spirali costruite dal vento notturno raccontavano i giorni a venire, i drammi dietro l’angolo, la quantità delle messi, la fortuna in amore, il successo, la “scalogna”, le trame della morte e i doni della vita…La sera stessa dell’Epifania si accendevano il primi falò, a dire e ribadire l’impazienza contadina, l’apprensione sentita nel cuore, sulla pelle.

Poi era un crescendo straordinario: a Volongo, sul confine tra le terre bresciane, cremonesi e mantovana, la sera del 17 gennaio San’Antonio abate, se ne bruciavano ben quattro, uno per contrada. Quindi a Fiesse, Gambara, Casalromano… A Fontanella Grazioli veniva bruciato un po’ più tardi (e tale tradizione continua ancora); poi sulle rive dell’Oglio, dell’Adda, e anche su corsi d’acqua meno importanti come lo Strone, in quel di Verolanuova e Verolavecchia. A Bonpensiero si accendeva la pira la sera dedicata a San Vincenzo e dentro (si dice ancora là), ci si deve mettere a bruciare un gatto nero, che simboleggia la strega, il male.


Una fine terribile, un gesto oggi incompreso, deprecabile: ma che ne sanno le nuove generazioni della fatica del vivere antico, delle paure andate e di quanto erano feroci i morsi della fame? E così via, sino ai fuochi tardivi, ormai vittoriosi e fertili, di San Giovanni che quest’anno cadono in data 24 giugno.

 

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