Un tempo vitale e popoloso centro socio-politico della zona, ora piccolo paese distante poco più di 2 km dal capoluogo, dal 1927 è frazione di Borgo San Giacomo.
Gli abitanti, (Padernellesi) sono oggi una ottantina di persone, curiosamente soprannominati: "i sa farà de Padernel".
Come scriveva Monsignor Paolo Guerrini, il paese prese probabilmente il nome da un pic¬colo fondo dell’eredità paterna di un ricco signore, perciò Padernello come diminutivo di Paterno.
I reperti trovati nel suo territorio, rivelano come qui ci fossero insediamenti rurali già in epoca preistorica. La località ed il territorio circostante fecero poi parte dei primi insediamenti romani. Padernello era incluso in una zona molto vasta del nord Italia che in epoca augustea venne ridotta, riportandola nei confini che oggi corrispondono all'incirca alla nostra provincia; il fiume Oglio già da allora costituiva una frontiera naturale e politica.
Al possesso del fondo si succedettero nei secoli funzionari o comandanti di truppe, dalla fine dell’Impero Romano sino all’epoca della dominazione Longobarda e poi Franca. Successivamente il possedimento di Padernello col circondario fu annesso ai domini della famiglia Martinengo, chiamata dal vescovo a difendere la pianura bresciana lungo l’Oglio.
La potenza di questa famiglia crebbe a tal punto sul territorio, tramite decime e investiture di beni, da creare una piccola enclave autonoma, dove questi signorotti spadroneggiavano rivendicando diritti e privilegi praticamente assoluti.
Il potere acquisito fece sì che tali diritti fossero accettati e riconosciuti dal Ducato di Milano, che nel 1381 esentò la zona dominata dai Martinengo dal pagamento di contributi, tasse, gabelle e oneri reali.
Altra potente famiglia nobile presente sul territorio furono i Sala, che nel 1391 lasciarono i propri beni a Prevosto III Martinengo ed ai suoi fratelli. Nel 1421 la famiglia divise i suoi possedimenti, affidando ad Antonio I la zona della pianura bresciana occidentale, generando il ramo chiamato dei Martinengo di Padernello o della Fabbrica.
Il ricordo dell’autorità dei Martinengo non fu felice: leggende e cronache li ricordano come signori di vita e di morte sui loro domini, autori di vendette e delitti. Memorie riportate di padre in figlio raccontavano che i Conti lasciassero esposti i corpi degli impiccati fino alla consumazione, per ricordare in modo esemplare il loro dominio sulle genti e sulle cose. Lo storico bresciano Paolo Guerrini segnala in questo modo la famiglia Martinengo: “fosche tragedie di delinquenze sanguinose e di depravazioni, che segnano con nigro lapillo la storia del casato”.
Ancora oggi si narra che il castello sia teatro dell’apparizione della Dama Bianca morta adolescente in circostanze poco chiare la cui leggenda è stata raccolta e pubblicata dallo storico Gianmario Andrico nel suo libro "La vera storia della Dama Bianca".
Le continue lotte fra gli Sforza di Milano e la Serenissima Repubblica di Venezia e i continui capovolgimenti politici servirono ai Martinengo (fedeli a quest'ultima) a mantenere, anche se notevolmente ridotti, alcuni privilegi.
Nonostante gli oneri e le limitazioni, i Martinengo co¬struirono nel ‘400 una villa fortificata, opera di Bernardino Martinengo che fu uomo d’armi e architetto.
Per avere un’idea di ciò che era la piccola corte di Padernello, citiamo i dati forniti da una ricerca dello storico Fausto Lechi: nel 1570 Gerolamo Martinengo aveva in casa quasi trenta dipendenti e cioè: lo mastro di casa, lo mastro di stalla, lo credenzero, lo cogo, lo dispensator e comprator, lo struce¬ro, lo staffiero, lo mulatero, sei servitori, lo hortolano e canevaro, tre ra¬gazzi e un guattero, due famigli per la stalla, e poi due donne da governo, due donzelle e due massare. E inoltre vi era¬no dodici cavalli e due muli, cani e sparvieri.
Le scelte politiche dei Martinengo di Padernello ricaddero soprattutto sulla popolazione: durante il XV e XVI secolo la storia di questa contrada fu caratterizzata da tirannie e sfruttamento; a questo si aggiunsero guerre con domini vicini o addirittura lotte intestine al casato stesso, che coinvolgevano i poveri abitanti. Per secoli l’arrogante abuso del potere costrinse la gente del luogo alla povertà estrema. Si dovette aspettare il 1797 e l’indagine di un membro del Governo Provvisorio perché si denunciasse la condizione dei braccianti del luogo, “vittime di estrema miseria e sotto un’oppressione terribile”.
Fortunatamente la storia dei Martinengo di Padernello non fu legata solamente a questa secolare storia di contrasti e vendette: verso la fine del '700 venne in parte riscattata da Bar¬tolomeo Martinengo e dal fratello Girolamo Silvio, nonché dal nipote omonimo, i quali contribuirono in maniera determinante alla ricostruzione della chiesa parrocchiale di Padernello ed alla realizzazione di altre opere pubbliche e culturali, non solo del luogo.
Nel 1833 con la morte di Girolamo Silvio (ultimo dei Martinengo), il patrimonio immobiliare passò al cugino Alessandro Molin, poi alle due sorelle del Molin, Ma¬ria, sposa del conte Panciera di Zoppola e Alba, sposa del nobile Pietro Salvadego. Nella divisione avvenuta nel 1861, Padernello ed altri beni vennero assegnati ai Salvadego, che ne sono tutt'oggi i proprietari.
A dispetto dei mutamenti storici e politici avvenuti in Italia dopo l’unità nazionale, il potere effettivo da parte della famiglia Martinengo si prolungò, su quelle terre, almeno fino al primo conflitto mondiale.
Il rinnovamento del nuovo secolo portò a Padernello l’inizio di un'essenziale vita amministrativa e l’istituzione della scuola elementare, nonché l’illuminazione elettrica, presente a Padernello prima ancora che ci fosse in città, grazie ad un generatore che sfruttava l’energia idraulica fornita dal mulino di Farfengo.
La fine della prima guerra mondiale lasciò il suo lugubre segno: anche Padernello pagò con il sacrificio di vite umane inviate al fronte. A memoria di questi concittadini, nel 1921 venne edificato nella piazzetta del paese, il monumento ad essi dedicato.
La fine della prima guerra mondiale rappresentò anche il riscatto e l'inizio di una nuova epoca caratterizzata dai primi passi verso una società più democratica. Dopo secoli di soprusi ed ingiustizie, la popolazione locale riuscì a conferire all’amministrazione locale una maggioranza socialista. Il 1922 fu un anno segnato da scioperi e grandi manifestazioni di protesta, che, nel maggio di quell’anno, trovarono a Padernello il punto di raccolta per migliaia di contadini riunitisi in un grande corteo di protesta diretto ad Orzinuovi. La loro marcia venne però bloccata dall’intervento dei carabinieri.
Per la gente di Padernello l’angheria dei secolari dominatori venne sostituita da quella dei fascisti: questi osteggiarono infatti il parroco don Alghisi, che grazie ad un calzificio voleva risollevare l’economia del territorio; fecero dimettere la giunta socialista e tolsero definitivamente agli abitanti ogni autonomia amministrativa.
Il 27 novembre 1927, tramite regio decreto, Padernello e la sua frazione Motella, Acqualunga e Farfengo vennero accorpati al comune di Borgo San Giacomo.
Le modeste cronache degli anni successivi ricordano l’allargamento della strada per Farfengo nel 1934 e la creazione dell’asilo nel 1942, grazie al parroco don Carlo Staurenghi.
La fine della seconda guerra mondiale lasciò il piccolo borgo in gravi difficoltà economiche, segnate ancora da tumulti contadini. L’unica via d’uscita a questa tragica condizione, lascito di anni di ingiustizie sociali, fu l’esodo verso centri che potevano assicurare lavoro e sicurezza economica. Alla fine degli anni Cinquanta il destino di Padernello sembrava ormai segnato dallo spopolamento e dal conseguente degrado delle abitazioni, della campagna e dello stesso castello non più abitato.
Di seguito si registrarono anni di progressivo abbandono del paese che relegarono Padernello ad una condizione di poco superiore a quella di un grosso cascinale.
Il lento passare del tempo era sinistramente scandito da regolari crolli di alcuni fabbricati ormai fatiscenti, dall’abbandono del paese da parte degli abitanti che non potevano trovare case dignitose o abitabili perché quasi tutti i fabbricati della frazione rimanevano di proprietà di pochissime persone per nulla intenzionate alla vendita.
Quello che un tempo sembrava un importante crocevia di potere, teatro di numerosi scontri politici ed economici, era inesorabilmente destinato a morire.
Nei primi anni Ottanta l’Amministrazione Comunale approvò un Piano di Recupero, fortemente caldeggiato dagli abitanti della frazione, che coinvolse tutto l’abitato della frazione di Padernello. I pochi proprietari furono quindi "incoraggiati" alla vendita di alcune abitazioni agli abitanti della frazione che iniziarono così un’opera di ristrutturazione e di adeguamento igienico dei fabbricati, “salvando” dall’emergenza di crolli alcuni fabbricati ed intraprendendo di fatto l’opera di rilancio della frazione.
Nel 1989 il riacquistato entusiasmo spinse la popolazione a ricavare in un locale della parrocchia un ambulatorio, dopo che quello esistente era stato chiuso nel 1965.
La voglia di riscatto, un rinnovato spirito di autocoscienza, unitamente alla responsabile ricerca di alcuni valori che sembravano dimenticati, hanno fatto sì che tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta cominciasse a invertirsi la tendenza all’abbandono di questo paese.
Sono di questo periodo le prime importanti battaglie profuse da un gruppo di persone del luogo e dintorni, e nei primi anni Novanta anche dall’Amministrazione Comunale, per la salvaguardia del patrimonio naturalistico, battaglie che culminarono nei ricorsi alle autorità competenti nonché negli esposti al WWF, che permisero di salvare una parte del bosco adiacente al Castello.
Analoghi ricorsi alle autorità competenti culminate anche in un’interrogazione parlamentare per opera del Senatore Paolo Volponi, unitamente all’interessamento dell’associazione Italia Nostra, convinsero nel 1991 i proprietari del Castello, che da anni giaceva in stato di completo abbandono, ad avviare un’opera di sistemazione dei tetti dal maniero. I fondi insufficienti non permisero comunque un intervento sull’intera copertura, tanto che le infiltrazioni d’acqua e l’incuria che ancora sono continuate e hanno favorito, nel novembre 2002, l’inevitabile crollo della parte non interessata dalla sistemazione del tetto.
Nel 1991 nasceva, presidente il conte Lanfranco Salvadego, l’Associazione Amici del Castello che ha la sua sede nel fabbricato della Posteria “l’Aquila Rossa”, un tempo stazione per le diligenze e per il cambio dei cavalli. Nella sede dell’associazione hanno avuto luogo importanti manifestazioni culturali e dal 1997 é ospita un’importante biblioteca-mediateca che raccoglie libri, documenti e materiale sulla storia della Bassa Bresciana, da qualche anno la sede è stata traferita all’interno del castello.
Nel frattempo, per sensibilizzare l’opinione pubblica e far conoscere Padernello, si tennero manifestazioni folcloristiche e concorsi ippici organizzati dagli abitanti della frazione con l’aiuto di vari Enti tra cui l’Amministrazione Comunale ed ebbero un ampio riscontro sui mass-media.
Dal 1998 esiste un piccolo campetto di calcio.
Favoriti dai mezzi di trasporto che consentono di poter lavorare anche a chilometri di distanza dall’abitazione, si assiste ormai da qualche anno ad un lento ritorno alla campagna, preferibilmente nei luoghi di origine. In questo ultimo decennio abbiamo registrato un moltiplicarsi di ristrutturazioni di vecchie abitazioni e cascine ed alla richiesta continua di figli di abitanti che cercano casa qui. Padernello fa segnare un incremento percentuale di abitanti che riscattano orgogliosamente la condizione dei propri avi che dovettero abbandonare il paese per sfuggire alla povertà, contribuendo così alla rinascita di questo piccolo borgo.
Ecclesiasticamente, nonostante il numero esiguo degli abitanti della frazione, la Parrocchia di Padernello non è mai stata soppressa; la chiesa Parrocchiale è dedicata alla Natività della B.V. Maria e la festa patronale viene celebrata l'otto Settembre.
Il territorio, un tempo ricoperto da una vegetazione lussureggiante di boschi e prati, nonostante il degrado insistentemente denunciato a partire dagli anni 60, rappresenta ancora un insostituibile polo di attrazione per molte specie di uccelli arboricoli, sia stanziali che di sosta. Infatti, fiancheggiando le ultime marcite ancora presenti sul territorio, non è difficile imbattersi in qualche elegante airone cenerino o in qualche altro uccello ancora più raro.
L’economia della zona è sempre stata di tipo silvo-agricola, legata alla sua natura boschiva, ai prati, destinati a pascolo e alla produzione di fieno e ai campi di cereali. Il toponimo “Vignotto” ci ricorda ancora la presenza della vite presso questa cascina: i filari erano presenti anche intorno al castello e presso la cascina Ronchelli. Durante i secoli si susseguirono diverse attività agricole specifiche: dal 1300 si radicò ed estese la coltivazione del lino e della canapa, seguita poi da quella del gelso per l’allevamento del baco da seta.
Lo sfruttamento di tutte queste fibre tessili fu sempre sviluppata altrove, quindi il territorio mantenne nel tempo un carattere prettamente agricolo.
Recentemente la coltivazione del mais, effettuata con tecniche innovative, ha costituito un rinomato modello che si è imposto come esempio agli agricoltori della zona.
La ristrutturazione di un vecchio edificio, il "Vegnòt" ora adibito a locanda, unitamente all’Osteria Aquila Rossa e alla “Cascina Bianca”, ristrutturata e recentemente aperta, costituiscono per il paese una notevole attrattiva, tant’è vero che è molto facile incontrare persone che hanno conosciuto Padernello per la buona cucina prima ancora che per la sua storia millenaria.
da “Borgo San Giacomo: Testimonianze di un territorio”
I.Parini – D. Ghirardi – E. Poisa
Ed. Compagnia della Stampa 2004



