Là, dove c’era la campagna, dappertutto, ma proprio dappertutto, c’erano piante, poderi ricchi di frutteti, orti che parevano giardini, e linfa vitale. Era talmente forte la natura che ai più giovani creava non poca paura allontanarsi dal paese per via dei fitti boschi, delle ombrose ripe, e dei posti profondi e scoscesi dove la luce penetrava a fatica. L’acqua poi era ovunque e innumerevoli erano le sorgenti.
A tale bellezza ci misero sopra le mani una specie di genti «nuove» molto, troppo avidi. Chi per generazioni e generazioni aveva fatto il calzolaio, il mandriano, l’adacquarolo, il mugnaio, il contadino... si era messo in testa di diventare avido. In quel tempo ciò che contava era accumulare.
Questi comperavano a destra e a manca, poi eliminavano tutto per costruire e costruire sino al punto di riempire ogni palmo di quella terra. Alla fine era nata una «Cosa» mostruosa: per via dell’avidità umana la terra era diventata invivibile, brutta e malata. Il peccato di cupidigia appena commesso non fu mai perdonato agli umani dalle Ninfe, dagli Gnomi, dagli Elfi e da tutti quegli esseri antichi che da sempre avevano governato gli alberi, abitato le soffitte, i granai e le fresche cantine di quel paradiso ora perduto.
Questi, una notte, si riunirono nel bel mezzo dell’ultimo campo rimasto, ballarono l’ultima danza, maledirono quella stirpe d’uomini lanciando un terribile anatema: «Scompaiano da questo tratto di terra le fonti, le acque sorgive fresche e limpide» dissero. Così quella plaga diventò secca e in poco tempo si trasformò in un deserto. Poi se ne andarono via in qualche luogo lontano. Scomparsa l’acqua da quel posto arido se ne andarono anche tutti gli uccelli e ogni forma di vita animale. Non un canto si sentiva, non un volo si vedeva. Passarono i giorni e gli anni. Gli uomini di quel posto, tecnologicamente avanzati, sopravvissero a quello squallore e le nuove generazioni si adattarono al corso delle cose al punto di dimenticare l’esistenza del mondo Natura: da quelle parti, ormai da tempo immemore, non si era visto un uccello volare nel cielo.
Un giorno un piccione viaggiatore, proprio per via del lavoro che svolgeva, passò da quelle parti. Stanco morto pensò di riposarsi sopra un palo di cemento giacché non esisteva più un solo arbusto. Un bimbo lo vide. Trafelato corse dai suoi amici e tutti insieme incominciarono ad osservare quella strana creatura. «Che cosa sarà?» dicevano. Nel mentre il volatile si destò e sentì una tremende sete. «Ehi voi, non avete una goccia d’acqua fresca che mi possa dissetare?».
«Acqua fresca? Abbiamo quella del Comune, è potabile, priva di germi, ma puzza d’uovo marcio e fresca non è di certo». «Ma dico - replicò l’uccello - è così che da queste parti accogliete i forestieri? Me ne vado immediatamente». I bambini, che non volevano che quello strano essere se ne andasse, corsero dalle mamme, dai papà, dal sindaco, dal prete e dalla maestra a chiedere una goccia d’acqua fresca e limpida, ma nessuno in quella valle ricordava cosa fosse una goccia di tale natura. Come far rimanere l’amico senza potergli dare quello che voleva?
«Beh - disse il piccione viaggiatore - quest’acqua fresca arriva?». «Non sappiamo dove trovare ciò che tu chiedi. Gli adulti non sanno nemmeno cosa sia una goccia d’acqua fresca e limpida - dissero i bambini dispiaciuti - tu che la conosci non sapresti indicarci dove trovarla?».
Rispose l’uccello: «Un tempo questo posto ne era pieno. Ora che ricordo, provate laggiù dove passava un rigagnolo d’acqua talmente fredda che era difficile berla».
I bambini, esterrefatti dalla notizia, si precipitarono là dove aveva indicato il volatile ma, una volta giunti, non trovarono che alcune arene di sabbia secca. I ragazzi però, spinti da quell’antico istinto che conserva l’idea di rigenerazione, incominciarono a scavare, chi con palette, chi con le mani: non volevano assolutamente che il nuovo arrivato se ne volasse via per la loro incapacità. Scava e scava ma nulla sortiva da quell’arida terra. L’uccello, che nel frattempo era volato sul posto della sua infanzia, visti gli sforzi genuini di quei bimbi, convocò gli adulti tutti insieme e ordinò loro di demolire quelle innumerevoli costruzioni, di purificare la terra, scavare un canale, piantare gli alberi... di cambiare filosofia di vita. Al resto avrebbe pensato lui. All’improvviso, tre giorni dopo l’inizio dei lavori, la maledizione delle Ninfe, degli Gnomi e delle Naidi scomparve, e dalle buche scavate dai più piccoli incominciò a sgorgare un liquido trasparente, freddo che a toccarlo rabbrividivi. Nella valle, sulle piazze e lungo le vie spirava ora una piacevole frescura sconosciuta. I bambini furono subito felici. Gli adulti si sentirono molto, molto meno stolti...
Giornale di Brescia 29/03/09
Gian Mario Andrico



