Itinerario di primavera
testo di Paolo Zanoni, fotografie di Luciano Zanoni
Villachiara (Brescia) - Contro le tossine dello stress quotidiano ognuno usa i suoi antidoti o apre una personale valvola di sfogo che gli permetta di rigenerarsi e riprendere il normale ritmo della vita.
Itinerario di primavera
testo di Paolo Zanoni, fotografie di Luciano Zanoni
Villachiara (Brescia) - Contro le tossine dello stress quotidiano ognuno usa i suoi antidoti o apre una personale valvola di sfogo che gli permetta di rigenerarsi e riprendere il normale ritmo della vita. A me basta una salutare camminata settimanale di qualche chilometro nella campagna che circonda il mio paese, generosa di attrattive naturali e di mete interessanti, dove il rapporto uomo-ambiente è ancora largamente favorevole a quest’ultimo e la varietà delle situazioni prodotte dal ciclo delle stagioni non induce mai noia e assuefazione.
Così, il sabato o la domenica, dopo una attenta occhiata all’evolversi del tempo, mi acconcio alla bisogna e parto in cerca di avventure. Pochi passi e mi lascio alle spalle il paese che poco a poco scompare dall’orizzonte col rumore delle macchine che sfrecciano sui rettilinei asfaltati d’accesso.
Uno degli itinerari preferiti ha come filo conduttore l’Oriolo, roggia che, uscendo dall’abitato di Villachiara diventa torrente e segna, con qualche eccezione, il confine comunale con Borgo San Giacomo. L’ho ripetuto per l’ennesima volta una domenica di maggio, nel massimo splendore della primavera, con le sue fioriture e i verdi variegati della vegetazione che si rinnova.
Parto e a distanza di pochi minuti la vista può contemplare un paesaggio totalmente rurale fatto di campi diligentemente coltivati, di rade cascine che sbucano tra le fronde delle piantate riparali, di acque placide che si dirigono svogliate verso l’Oglio. In questo contesto di bucolica serenità, la primavera che stiamo vivendo offre ai sensi incomparabili emozioni.
Giungo alle chiaviche che regolano il salto fragoroso dell’Oriolo nel sottostante vallone che incide profondamente la pianura. Brandelli di plastica ondeggiano nel gorgo spumeggiante, macchiando una composizione dominata da erbe ed alberi lussureggianti. La terra, ancora umida per le piogge recenti e l’ombra impenetrabile, concedono un momentaneo sollievo alla calura inattesa dei raggi del sole.
Mi volto ad osservare l’ultimo filare di gelsi nei pressi del Fenil Nuovo, miracolosamente germogliati anche quest’anno nell’indifferenza degli uomini che in altri tempi dedicavano loro premurose attenzioni. Un agricoltore solitario è intento a sbrigliare il maggengo con le sue macchine, visibilmente soddisfatto per la prospettata abbondanza del raccolto. Dal folto degli alberi filtra il canto allegro degli uccelli nidificatori e il ronzio degli insetti impollinatori annuncia la breve stagione delle fioriture spettacolari. E’ l’apoteosi delle candide infiorescenze delle acacie e dei sambuchi che chiazzano l’ampio alveo dell’Oriolo che si snoda sinuoso verso sud e le rive dei fossi che segnano i confini dei campi.
L’aria è impregnata di profumi dolci e intensi che inebriano il respiro e gli occhi, in mezzo alla ostentata delicatezza cromatica, sono colpiti dal rosso vivo dei papaveri cresciuti sui cigli e nei terreni lasciati a riposo. I pioppi, rinvigoriti dal rinnovato impulso vitale, liberano dalle loro chiome batuffoli impertinenti che si insinuano dappertutto.
Decido di puntare verso la cascina Rampino, solitaria ed in apparente stato di abbandono. Ad accogliermi sull’aia un indiano diffidente. Lo rassicuro salutandolo e dicendomi amico di Kamaljit, il primo Sikh arrivato a Villachiara vent’anni fa e il rapporto diventa subito cordiale. Mi fermo a contemplare l’affresco murale dell’Immacolata che schiaccia la testa del malefico serpente circondata dai cherubini sospesi in volo, di spiccato sapore popolaresco. Un cenno di saluto e ritorno sui miei passi.
Ora sono sulla riva sinistra dell’Oriolo che lascio momentaneamente per raggiungere la vicina santella della Madonna dei Campi. Mani devote la mantengono pulita e ornata di fiori e di ceri. La Mater Salvatoris dipinta da Giacomo Olini attende benigna l’occasionale passante che vi si accosta per un pensiero e una preghiera. Mi siedo sulla panca di pietra passandomi il palmo della mano sulla fronte imperlata di sudore. Mi riposo nella sosta ammirando le quattro cascine che emergono dai campi di mais novello: il Fenil dei Grigi, con la massiccia torre passeraia, il Finiletto, il Fenil del Cuore e il Pateletto, ultimo lembo a levante del comune di Villachiara.
Lo scenario è ampio e immobile; unico segno di vita sono i muggiti che di tanto in tanto si diffondono dalle stalle stipate di bovini. Ritorno all’Oriolo calpestando zolle appena lavorate; raggiungo il ponte della strada di Villagana, un tempo frequentato da banditi e grassatori. Di presenze umane neppure l’ombra. Nei campi del Pateletto, famosi in passato per i lini pregiati, dormono ancora nell’oblio di un sonno secolare, i nostri antenati della Necropoli Romana.
Riguadagno la strada polverosa che scende nella bassa golenale di Acqualunga. La Corradina (conosciuta anche come Casa Rossa) appare come una cartolina naif con tutti quegli intrecci di rami fioriti di acacia. Così agghindata può essere paragonata ad una sposa che si appresta raggiante a raggiungere con lo sposo l’altare. L’Oglio è vicino; lo si indovina dalle cortine di pioppi e di salici che corrono sullo sfondo. Attraverso la strada di fresco asfaltata che congiunge Acqualunga a Villagana, parte della pista ciclabile rivierasca che da Seniga porta ad Urago.
Raggiungo la foce dell’Oriolo che versa pigramente il suo tributo d’acqua al padre Oglio. Mi fermo meditabondo ad osservare la corrente maestosa, ravvivata dalle ultime precipitazioni e dallo stillicidio dei nevai. Una biscia acciambellata su un masso si crogiola al sole smaltendo i torpori invernali. Il fiume porta via con sé gli ultimi pensieri. Il disco arancione declina lentamente dietro le torri di Villagana. E’ venuta l’ora del ritorno. Altri sentieri, altre strade di campagna, altri passi… fino a casa, che mi riaccoglie sicuramente stanco, ma con l’animo leggero.
Articolo tratto da Popolis
Data di pubblicazione: 25/05/2007



