Ed è un profilo sublime quello che ci sorprende in lontananza mentre rallentiamo il passo per non avvicinarci troppo in fretta a Padernello, borgo adagiato sul frammento residuo di un ecosistema straordinario intrecciato in un susseguirsi di terra, acqua, bosco. Un’opera d’arte che vive di un’armonia che le è propria, in un sottile equilibrio fra il paesaggio naturale e quello costruito. La necessità di valutare questo luogo anche sotto l’aspetto percettivo ed estetico emerge percorrendo la stradina bianca di buon mattino quando l’ambiente è disegnato da luci soffuse e gli spazi sono dilatati dalla foschia che sale dai coltivi.
Sottrarre anche solo qualche palmo di fertile terreno ai campi, privare il bosco di un albero già caduto al suolo, modificare un alveo fluviale, oltre a sacrificare gli habitat di molte specie animali e vegetali, rappresenterebbe una banalizzazione dell’ambiente. In questo paese la stratificazione storica è di tale profondità, ampiezza, persino languore misto a vitalità, da connotare ogni casa, contrada, strada, manufatto irriguo, lama, marcita, radura, appezzamento agricolo.
Qui ai tempi di MARCO NUMERIO figlio di LUCIO, antico romano di Padernello, boschi e fonti erano protetti dalla bellissima ed eterea NIMPHE. Ed ancora qui, nel cuore del “Pago Farraticano”, i nostri antenati si prostrarono fianco a fianco sino a terra, baciando la pietra gelida delle sette are erette a Giove, per decreto del consiglio del “Pago”. Nell’occasione agli dèi fu chiesta la fertilità dei campi, la conservazione delle derrate, la salute dei coloni e degli animali. Qui, spazzato via tutto il sapere della paganità dalla sublime novella del Cristo, nei tre giorni prima dell’Ascensione, cortei penitenziali guidati dalla croce hanno percorso il “limes” romano cantando litanie: tra le invocazioni più consuete: “A peste, fame et bello, libera nos Domine”.
Passando sull’antica passerella a sbalzo sul Fiume, hanno implorato pietà e protezione celeste sulle messi invocando una congruente pioggia o la serenità del cielo a favore dei raccolti. Si sono inoltrati fino alle selve del monastero di San Vigilio di “Carucia” o “ Maxerata”, beneficato dal conte Goizo de Martinengo, in cambio di lodi mattutine modulate dalle voci delle monache in favore della sua anima e di quella degli avi.
Ed ancora si potrebbe dire dell’affascinante Beatrice della Scala (soprannominata Regina per grazia e leggiadria), moglie del signore di Milano Bernabò Visconti, che donò attraverso Giovannolo da Casate, all’ambizioso Prevosto Martinengo le possessioni di Padernello, Motella, Castelletto, Oriano, Quinzano, comprese di agevolazioni proprie di una signoria rurale, con piena giurisdizione personale e reale su ogni colono ed abitante del territorio, con diritto di giudicare, condannare, imporre, esigere tributi. La vasta area che comprendeva case, residenze fortificate, fienili, mulini, acque, acquedotti, canali, con appezzamenti di varia natura, prati, vigne, campi, pascoli, boschi, lame, godeva inoltre di esenzioni alcune delle quali inerenti ai dazi sul vino, carne e pane bianco.
Non si può dimenticare il conte Hieronimo Martinengo, signore di Gabiano e Padernello, generalissimo della Repubblica Veneta e vessillifero del duca d’Urbino Francesco Maria della Rovere, col pensiero sempre rivolto all’Oriente che, a Famagosta, combatté contro i Turchi alla vigilia della battaglia di Lepanto. Il suo corsaletto all’antica, completo di borgognotta, tra i primi esempi in Europa di armatura interamente ricoperta di liste ornamentali giocata su sottili vibrazioni cromatiche delle incisioni all’acquaforte, spicca oggi nelle vetrine dell’Armeria Reale di Torino come raro manufatto d’eccezione uscito dalla sapiente scuola degli armaioli bresciani. Ed ancora si potrebbe dire del conte Battista Martinengo, della sua impronta di grandiosità e genialità nel far gettare in questa terra, ponti, canali, manufatti irrigui di un’ arditezza degna di rilievo.
Il 12 luglio di cinque secoli fa, sotto la porta di questo castello, alla presenza del notaio Gianfrancesco Trapissis, stipulò una convenzione con i rappresentanti dell’Università delle Acque di Quinzano, perché potessero usufruire di “quadretti d’acqua” tolti dalla roggia da lui stesso fatta scavare e che prese il suo nome. Questo passato, oltre ad offrire qualche indicazione in merito al forte spessore del patrimonio del luogo, è spinta per i nuovi proprietari del suo cuore, il castello, ad una continuità storica caratterizzata da qualità e significatività. La fondazione NYMPHE, con un’apprezzabile concezione generale ricca di stimolanti intuizioni, fra i nove progetti che spaziano dalla ricerca, alla conservazione e fruizione degli archivi storici, alla biblioteca e libreria, alle mostre, al teatro, al cinema, a punti di osservazione ornitologica con monitoraggi sull’ambiente volti alla protezione della fauna e della vegetazione, promuove percorsi per moderni viandanti-pellegrini desiderosi di scoprire la coralità del patrimonio artistico, naturale e paesaggistico.
In questo contesto si colloca la committenza allo scultore Giuliano Mauri del ponte Soradore-San Vigilio. Pensato dall’Artista per Padernello, il punto più suggestivo della Bassa Pianura Bresciana, l’unicum dove architettura e natura si fondono nella sottile linea dell’orizzonte dove la terra incontra il cielo, va assumendo il valore di simbolo di continua indagine e meditazione che sembra non bastare mai. La contemplazione luminosa di Giuliano Mauri entra nel mistero che sta al di là delle apparenze, assorbendo dalla terra succhi arcaici ne dispensa di nuovi nelle mezze luci dei cieli tanto cari agli artisti lombardi: cieli dove lo spazio diventa aria e l’aria muta in luce diffusa e ovattata, fisicamente immanente.
Il ponte, vantando il sogno di stabilire un colloquio con il tempo, che tinge i giorni e le stagioni di mutevoli umori, inaugurato in questa estate inghirlandata di spighe e magnolie, verrà visitato da un autunno barocco imbrattato di mosto. Ibernato da un inverno gelido con i bianchi capelli increspati di brina, riprenderà vita solo quando la primavera sarà pronta ad incoronarlo di fiori. Anche quando ciascuno di noi sarà distratto da altro, il vento offrirà un concerto vibrato tra i suoi legni piegati; la pioggia lo irrorerà con scrosci all’infinito; il sole, con quegli occhi che scorgono tutto, lo illuminerà con bagliori d’oro e fiammate di rame. Lì sul ponte, sotto il quale scorre il Fiume, che prende vita dalla bocca Soradore e si abbandona nel sacrario della Savarona a San Vigilio, anche quando i nostri pensieri si saranno mutati in sterili semi, la quercia continuerà ad abbracciare “l’albera pina”. Lì fra pulviscoli leggeri e nebbie in vortici l’arte continuerà ad eclissare la materia.
Floriana Maffeis
Direzione Artistica
Fondazione Castello di Padernello<(p>