La Direzione Artistica della Fondazione di Padernello, previo contatti con Alessandra Guerrini soprintendente ai beni artistici e culturali di Torino e dell’Armeria Reale di quella città, ha già da tempo inoltrato agli organi competenti di Brescia la richiesta di valutazione circa il progetto di una grande esposizione a Padernello delle magnifiche armi che furono dei Martinengo successivamente acquistate dai Savoia e che ora si trovano a Torino.
Da tempo si valuta tempi e modi della fattibilità di un evento che avrebbe valenza internazionale per contenuti e opere d’arte che si andrebbero ad esporre. Ma perché proprio le armi dei Martinengo di Padernello? La nobile famiglia, infeudata a suo tempo di castelli e pievi da parte del vescovo di Brescia e incaricata della difesa dei confini da parte del Comune cittadino, partecipa alle grandi battaglie Medievali e Rinascimentali (battaglia di Rudiano, di Maclodio, di Lepanto) militando per la Repubblica di Venezia. In particolare fra Quattro e Cinquecento, i conti Martinengo detti “di Padernello o della Fabbrica”, commissionano ad importanti armaioli bresciani e milanesi armature che oggi sono considerate opere d’arte nel campo insuperabili.
Acquistate nel 1839 da Carlo Alberto, per la sua Galleria torinese, formano il “corpus” più significativo dell’intera collezione. Un esempio eloquente è dato dall’ armatura equestre “bianca e oro, da festa e da correre la lancia” detta “ di Antonio Martinengo”, nota come l’armatura “ B.3”: un capolavoro del celebre armaiolo Pompeo della Cesa, quasi maniacale nel rivestire ogni palmo di acciaio di una lussureggiante decorazione all’acquaforte, tanto vasta nell’assortimento di esseri d’ogni razza nelle spire del tralcio abitato, e infinite panoplie lungo i bordi, da disarmare lo sforzo di articolarne un catalogo dettagliato.
E’ comunque non solo l’armatura del guerriero, ma l’insieme del sistema cavallo-cavaliere a meritare un’ammirazione che pone l’armatura Martinengo tra i vertici assoluti del museo carloalbertino. Per il conte Seyssel, armaiolo di fiducia di Carlo Alberto, era semplicemente : “La più bella e la più ricca di tutta la collezione” completa di lancia, spada, scudo e soprattutto di barda. Non a caso venne riprodotta da Ayres quasi come un ideale manifesto della Galleria d’Armi, e disegnata da Massimo d’Azeglio in visita a Brescia il 10 luglio 1820. Altre armature provenienti dalla raccolta Martinengo danno l’idea delle alte scelte culturali dell’aristocratico casato bresciano. Al tempo stesso rivelano quanto l’armatura fosse non solo un marchingegno funzionale alla guerra e al torneo, ma uno strumento di autorappresentazione con il quale si manifestava il proprio ruolo nella società.
Si tratta di pezzi unici e inimitabili, come dimostra l’armatura equestre B.5 detta “dei fulmini” per via dell’impresa Martinengo che ricorre per ogni dove, tanto sul cavaliere che sulla barda del cavallo. Databile verso il 1560, presenta finissime incisioni all’acquaforte che ne solcano la cresta della celata e il petto, con “Muzio Scevola” e la “Madonna col Bambino” tra girali e panoplie. Nelle armi antiche cinquecentesche brilla il corsaletto all’antica, completo di borgognotta (C.11) appartenuto al conte Gerolamo Martinengo di Padernello, caduto nel 1571 alla difesa di Famagosta: un capolavoro di armonico equilibrio sia esso bresciano o milanese, che intorno al 1540 rielabora con spirito moderno la lorica di un condottiero romano.
Tra i primi esempi in Europa di armatura completamente ricoperta di liste ornamentali, essa gioca le sue carte in termini pittorici piuttosto che plastici, puntando sulle sottili vibrazioni cromatiche delle incisioni all’acquaforte e accettando la scommessa di interpretare la classicità senza ricorrere alla figura. Il risultato è una superba prova di stile che evoca l’antico con mezzi propri dell’armoraro e non tanto del pittore o dello scultore. Arduo reggere il confronto con opere del genere. Questi esempi mettendo in luce la connotazione alta e incisiva degli armaioli bresciani in periodo Rinascimentale, Manieristico, Barocco, (in proposito è da sottolineare che l’armaiolo bresciano Orazio Calino fu attivo alla corte sabauda dal 1593 al 1623) fanno emergere la straordinaria storia della cultura del ferro a Brescia, legata fin dall’antichità all’estrazione e alla lavorazione del metallo.
Le antiche miniere della Valcamonica, (un documento del 1299 rammenta l’atavico diritto del vescovo di Brescia di ricevere la decima anche dal ferro di Pisogne), della Valtrompia,( lo statuto delle miniere di Bovegno del 1341 costituisce il più antico atto legislativo europeo del genere) e della Valsabbia, (nel 1244 si impongono due gastaldi nel territorio di Preseglie per regolare la ripartizione del metallo [argento] ) sono un esempio eloquente dell’importanza che “l’arte legata al ferro” ebbe per il territorio bresciano, tanto da caratterizzarlo fortemente per secoli. Miniere, forni fusori, fucine, magli, fanno oggi parte del ricco patrimonio culturale, sociale, economico, che viene valorizzato attraverso percorsi didattici.
Le principali risorse del territorio, l’acqua e il ferro sono ancora per la nostra contemporaneità veicolo e trasporto di antichi saperi, tecnologie storiche, patrimoni oggettuali, modi di dire… Queste peculiari caratteristiche, permettono a Brescia di riflettere sulle risorse che i bresciani hanno saputo conoscere, sfruttare, trasformare attraverso un lavoro millenario, che nel Cinquecento ha raggiunto l’apice producendo un inestimabile patrimonio d’arte, attraverso la sapiente abilità dei maestri armorari che hanno impresso nel singolare universo delle armi bianche, tra sbalzi e incisioni, raffinati “signum” della loro identità.
Questi preziosissimi manufatti della “cultura materiale”, un tempo presenti a Padernello ci convincono ancora di più che nessun’altra peculiarità abbia avuto una così alta incisività per il territorio di Brescia, che alla luce di quanto è stato illustrato può permettersi di pensare in grande promuovendo la sua storia e la propria cultura.
Gianmario Andrico
Giovedì, 29 Dicembre 2011 07:22
Le armi dei Martinengo di Padernello
Scritto da Gianmario AndricoTutto prese corpo da una ricerca storica da tempo in atto sulla nobile famiglia “de Martinengo” che nel secolo XI trasborda dal bergamasco al bresciano, insediandosi nei territori distribuiti nella fascia sud occidentale della pianura dell’Oglio.