Il suo nome è teoforico, cioè di origine religiosa, e può essere indizio di una effettiva devozione di chi lo portava per le misteriose divinità dei boschi e delle fonti. Nymphe si chiamava. La sua esistenza è certa perché testimoniata da un’iscrizione funeraria d’età romana, l’unico documento epigrafico sino ad ora rinvenuto sulle terre di Padernello, luogo sacro agli Dèi Mani. DIS MANIBUS MARCO NUMERIO LUCI FILIO NIMPHE ET TROPHIME LIBERTAE BENEMERENTI FACERUNT (Luogo sacro agli Dèi Mani – A Marco Numerio, figlio di Lucio Numerio – Nimfe e Trofime sue liberte, a lui benemerente fecero). Da tempo immemore la pietra antica serviva da paracarro vicino alla chiesa di Padernello. Poi, nel 1908, il parroco la fece trasportare nella casa parrocchiale. Sentite ora la storia di Nymphe, che visse al tempo in cui era Signore di Padernello Marco Numerio, figlio di Lucio. Il padre di Marco, rustico uomo, rubò alla lingua latina il nome proprio insieme all’immortalità. Era quasi sera. Il cielo si posava sulle spalle di una pianura smorta. Ogni cosa appariva scolorita. Dal fogliame scuro delle boscaglie sortivano fumi a trasportare profumo di muffe e acri odori di cose in putrefazione.
Il luogo era selvaggio e lussureggiante al punto di ripiegarsi sopra di sé con suo danno. Al di là delle falde selvose, dove la macchia lasciava fare al sole e i pantani e le prunaie erano vinti da orti e broli, ecco colli ingentiliti da vigne, campi pomposi di biade, granai, mulini e torchi, a dar corpo all’opulenza di quella mansione detta di Padernello, che per la ricchezza sua e la collocazione geografica rientrava a pieno titolo nel Pagus Farraticanus, posto nella Piana Bassa. La plaga era solcata da canali, rivoli, fiumiciattoli e fontanili.
Le foreste, densamente abitate da fabbri, macellai, carbonai, raccoglitori di erbe, maghi e cacciatori, fornivano legnami e pascolo per i porci. Le case sorte lì accanto avevano i propri dèi protettori: il dio della sorgente più copiosa; dell’albero più antico; dello scosceso più profondo…Ogni luogo aveva il suo Genio che tramandava la sapienza grazie a quella catena di segrete cose svelate dalla parola, dalla memoria di chi ricorda, e dal pensiero forgiato da chi ascolta.
Tutto ciò era appartenuto a Lucio Numerio e ora, dopo che il genitore era andato nel regno delle ombre, apparteneva a Marco, suo figlio, universale erede di un patrimonio cospicuo, accumulato dal padre non per via di nobili natali, o come premio per aver menato fendenti per la gloria di Roma, ma grazie alla tenacia, la parsimonia e la perseveranza che, da che mondo è mondo, contraddistinguono il contadino “scarpe grosse e cervello fino”.
Lucio si era fatto da solo, prima rivoltando le zolle, quindi comperandole, iugero dopo iugero. Lucio aveva sognato per suo figlio un avvenire più luminoso del suo, per ciò lo aveva iniziato alla carriera militare. Marco aveva girato il mondo assecondando la potenza romana ma ora, dopo la morte del padre, era tornato. Nymphe si presentò sul prònao dell’abitazione che era stata di Lucio Numerio, il suo benefattore. Indossava una grezza tunica bianca le cui maniche religiose terminavano con una decorazione classica, a righe spezzate e intersecanti, color celeste. Una cintura tenuta da una fibula d’oro a forma d’uccello le cingeva la vita.
Sul petto portava un monile d’agata: una pietra portafortuna che gli etruschi avevano caricato di forti valenze: proteggeva dall’oscurità, e preservava le giovani donne dagli incontri indesiderati. Stava tornando a casa Marco, il nuovo padroncino, e lei, Nymphe, la governante di quella grande casa, di stirpe etrusca, fatta schiava da Roma poi liberata per volere del suo Signore, aveva il dovere di accoglierlo, riverirlo e assisterlo per i giorni a venire. All’improvviso la terra tremò. Dalla macchia sbucarono cavalieri al galoppo che portavano le insegne dell’Aquila Rubra.
Davanti un centurione sferzava il cavallo con giovanile foga. Marco salì le scale di legno ritto sul destriero che ben governava, varcò la soglia di casa senza levarsi da sotto la cavalcatura sin dove, elegante e composta, stava Nymphe. - L’ardire non ti manca, giovane centurione - disse la donna - ma questa è la casa di Lucio, il mio signore e l’ospite, anche se illustre, deve rispettare le regole che qui governano il quieto vivere.
Ma chi era quella giovane la cui bellezza aveva il potere di fermare in contemplazione persino la brezza, persino l’esuberanza sciocca di un giovane eroe? Marco, sorpreso e sconcertato per il rimprovero avuto, al cospetto di quella donna dallo sguardo indagatore seppur dolcissimo, non riuscì ad aprire bocca. Nymphe, che stava davanti al suo nuovo padrone in posizione frontale, si girò su di un fianco mostrando tutte le grazie che gli dèi le avevano donato. Il soldato guardava, tra l’estasiato e lo stordito.
Girò il cavallo con bruschi comandi, seguito dai suoi soldati, compagni di molte avventure. Spronò l’animale come per punirlo, perché testimone della lezione inattesa e si rituffò nel folto della macchia. Marco non aveva digerito lo smacco, soprattutto perché ricevuto davanti ai suoi uomini. Chissà perché suo padre aveva voluto ridare la libertà a quella donna, si domandava, che cosa in lei il genitore aveva scoperto di tanto meritevole per riservarle tale privilegio. E mentre il giovane si poneva tali quesiti, aveva come la sensazione che le risposte alle sue domande non gli fossero così oscure.
Quel giorno era rimasto come soggiogato da un incantesimo. Era furioso. In fondo era solo una donna, una ex schiava per giunta, che aveva scelto, per fedeltà, di servire suo padre anche dopo l’acquisita libertà, e ora doveva servire lui, come promesso al genitore supplicante in punto di morte. Era poi etrusca, apparteneva a quella schiatta che Roma aveva vinto. Quale chance poteva avere al suo confronto, anche se tutti nel vico dicevano che era colta, che aveva frequentato la scuola di Tarquinia?
Lui era più giovane, era ricco, apprezzato e temuto soldato, perché mai si scopriva lì, a confrontarsi con quella sconosciuta dall’aspetto troppo serio, fiero…tanto sublime? Era arrabbiato. Soprattutto con se stesso. Perché non riusciva a togliersela dalla testa. Che c’entrava quella strega, amica delle selve cupe e delle fonti più recesse con la sua vita, la sua gloria? Non poteva esserci paragone. Tutti sapevano del suo valore; tutti conoscevano con quanto disprezzo aveva affrontato il pericolo e la morte.
Era forse più potente di tutto questo Nymphe, la liberta graziata da suo padre? Per i giorni a venire la banda non si era allontanata mai dai campi circostanti la casa padronale. Sembrava che non esistessero altri territori per la caccia. I cavalli passavano e ripassavano incuranti dei coltivi, degli orti e dei giardini, degli animali e dei passanti che incontravano sul percorso di quelle pazze corse. Lei, però, non si era più fatta vedere. Non s’affacciò più sull’uscio della grande casa.
Marco non voleva decidersi. Un po’ per superbia, un po’ per timore, non era ancora rientrato nella casa del padre. Infatti aveva preferito accamparsi con i soldati e gli amici in una radura detta La Gabiana. Poi non ce la fece più. In fondo quella era casa sua, era tornato per viverci, anche se gli parevano, queste, giustificazioni più che valide. - Un fastidio! Si congedò dai commilitoni con l’intenzione di prendere possesso dell’appartamento che gli spettava, dentro alla villa rustica che gli apparteneva, ma mentre si avvicinava alla casa avvertiva forte che quella decisione presa gli avrebbe cambiato, e di molto, il destino. - Che rabbia!
E perché, mentre si avvicinava alla meta, sentiva battere forte il cuore come non gli era mai successo, nemmeno prima della battaglia? Era tormentato da domande nuove, per lui inedite. Dove la rincontrerò? Cosa gli dirò, e come mi accoglierà? Il giovane, assorto in questi pensieri strani calciava, ora col piede destro, ora con l’altro, tutto ciò che incontrava sul selciato. Una cosa comunque era certa: non gli avrebbe permesso un altro rimprovero. - Con quell’aria di matrona”.
La casa era circondata da una palizzata. Marco se la ricordava bene perché quel giorno l’aveva saltata di netto stando ben saldo sul suo cavallo. L’ostacolo era a sua volta preceduto da una siepe di biancospino e, a intervalli regolari, da filari di vite selvatica i cui tralci si abbarricavano, con buona simbiosi, su alberi dal fusto ben più robusto. Il ragazzo covava dentro un desiderio: vederla senza essere visto, studiarla per capire: per non sbagliare più. Lei stava là, davanti al grande camino. Il fuoco scherzava con le sue forme, col il viso più bello che Marco avesse visto mai.
La giovane accennò un saluto, un sorriso. Bastò! Il ragazzo comprese l’arcano e ringraziò suo padre per averla tenuta con sé, per averle voluto restituire la dignità che si meritava, per averla elevata al rango di “padrona” della casa. Per Marco il guardarla era già un privilegio; era come se davanti a lui si schiudesse un mondo, sconosciuto certamente, ma subito noto. Gli bastò una sola lezione per apprendere l’irresistibile potenza della grazia unita alla raffinatezza. Dal canto suo, Nymphe, al cospetto del padroncino non provava disagio, e nemmeno timore, ma sentiva un piacevole senso di protezione.
Di sicurezza. Poco dopo. Finito quello che era stato il loro vero primo incontro, il centurione romano si sentì ricolmo di gioia, e di istupita felicità: si sorprese a gridare al vento della valle quel nome, quel misterioso suo nome. Aveva appena cambiato opinione su quella donna.
L’indomani, la ragazza, si recò nel bosco sacro, dove dimorava Trophine, la maga della Fiumera, sua amica, che se ne intendeva di erbe, filtri e pozioni potenti. Insieme celebrarono riti aruspici alle dèe Bonnes Merès, che si adoravano presso le sorgenti, e alle Matres Dervonnae, o matrone Silvestri, vergini fatidiche, dèe coniugate che avevano a che fare con le faccende del cuore.
Gian Mario Andrico