Il gioco sacro

Oratorio per voce sola e coro da stadio

Data dell’evento
Giovedì 17 settembre
2026, ore 21.00

Liberamente tratto da Reportage sul Dio di Pier Paolo Pasolini
Testo The Holy Game


10,00 €


Testo The Holy Game
di Albert Ostermaier
Regia di Riccardo Festa
Con Riccardo Festa
Musiche eseguite dal vivo da Francesco Forni


Pasolini amava il calcio. Suona contraddittorio. Quasi blasfemo. Addirittura implausibile. Come se la levatura intellettuale del Poeta, il portato etico della sua scrittura e quello politico di un’azione artistica mai disgiunta da quella civile, non potessero abbassarsi ad un piacere così triviale. Eppure a Pasolini il calcio piaceva proprio tanto. Giocava partite interminabili con un agonismo insospettabile, che fossero squadre di ragazzetti di borgata o sfide tra colleghi e amici. Era tifoso del Bologna. Commentava con competenza formazioni e moduli tattici. E, soprattutto, ne ragionava e ne scriveva. Immaginava storie e scenari, cercava intorno al fatto sportivo il suo episteme, la ragione di uno spazio che ne creasse i presupposti e gli esiti. Lo colpiva la dimensione collettiva e rituale, la danza tribale delle domeniche tra bar, stadio e radiocronache, l’eterna predisposizione del maschio a dividersi in tribù, a creare affiliazioni inattese e alleanze improbabili. Coglieva del calcio la dimensione sacra, inscindibile dal gioco stesso, quella partecipazione collettiva che portava ad isterismi e passioni destinate solitamente al culto, una moderna religione, con santi e miracoli annessi. Impossibile da snobbare. Impossibile per Pier Paolo non calarsi nel gioco totalmente, con quella furia di vivere che lo ha sempre segnato. E certo, c’erano i corpi. Giovani, forti, sudati nell’atto di compiere un gesto atletico destinato all’effimero ricordo di chi era presente, lì, allo stadio, la domenica. Eroi moderni di un’arena che non chiedeva sangue ma redenzione – collettiva, forse – e che invece stava già trasformandosi in un gigantesco supermercato globale che niente avrebbe conservato di sacro se non le effigi e la simbologia, in quello svuotamento secolare di qualsiasi religione che è il segno della modernità.


Albert Ostermaier incontra uno scritto poco conosciuto di Pasolini, un articolo-racconto sul calcio intitolato “Reportage su un dio” e se ne innamora. Decide di dar voce al Pasolini uomo che si confronta con la propria vita, le passioni umane e civili, la scrittura, il cinema, la politica, l’arte in generale. E di utilizzare il calcio (e la trama del testo pasoliniano) per creare un cortocircuito poetico, trasformando un monologo interiore in un’ode al calcio che in realtà è un Oratorio, una preghiera all’uomo e alle sue contraddizioni e in cui emerge potente un’idea di sacro che contiene la vita tutta.


Proprio dall’oratorio (à la Jommelli) partiamo per costruire il nostro spettacolo: una pala d’altare, un inginocchiatoio e un’urna votiva che si trasforma in armadietto dello spogliatoio, sono gli elementi di scena intorno ai quali Riccardo Festa insegue il fantasma di un personaggio che dimentica Pasolini per costruire e decostruire davanti al pubblico le possibili interpretazioni che il testo dispiega. Sul palco con lui il musicista Francesco Forni, anche autore delle musiche, diventa coro – da stadio – e orchestra, contrappunto tragico e doppio spettrale del personaggio parlante, puntellando il monologo con fughe e ritorni e trasponendo il lirismo sacro sul piano concreto delle sonorità tipiche delle manifestazioni sportive.
La scena e costituita da opere dell’artista visivo Cristiano Carotti che ha dedicato parte della propria ricerca all’iconografia tipica del mondo degli ultras e che con la personale “Dove sono gli ultras” sonda la deriva tra sacro e profano tipica del mondo del tifo, in cui la passone per il gesto sportivo e per la propria squadra si trasforma spesso in un movimento che sfocia nel credo religioso quando non nella vera e propria guerra sacra.
Il protagonista si muove dunque su una scena metafisica e metaforica, in cui i costumi di Giuseppe Avallone servono ad evocare mondi ispirati alla cinematografia pasoliniana, costruendo una sorta di mappatura alternativa e complementare al testo di Ostermaier, convogliando sulla scena i fantasmi della produzione artistica del poeta di Casarsa, in un cortocircuito scenico che guarda al cinema per aprire la drammaturgia al pubblico. Questo è il nostro Pasolini. Quello che innalza un’Ode disperata al Calcio come Kosmos, denunciandone l’omofobia, le contraddizioni, il culto del denaro, la perdita di senso e di etica. Lo smarrimento del Sacro, dunque, nella confusione di chi aveva avvertito con urgenza nel gioco del pallone una possibilità di sentirsi ancora fratelli.


  • Rilevanza e contributo regionale


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