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Martedì, 10 Ottobre 2017 15:19

Le «disgrasie» di Nonna Abelarda

Scritto da Gian Mario Andrico
Le disgrasie di nonna Albelarda Le disgrasie di nonna Albelarda Nadia Sayed Alì

I malanni, le disgrasie, la scalògna quando s’accaniva, e tutte le piattole umane. Opera di streghe, stregoni e spiritelli malefici. Ne erano pieni i giorni: sui quattro cardinali, d’estate e d’inverno, di giorno e di notte, di sopra e di sotto. Era un mondo nel mondo: nascosto, segreto, celato, occulto, temuto.

Tutti quegli esseri sprannaturali erano capaci di perfidi malefici. Le più pericolose però erano le streghe! Donne apparentemente normali, le streghe diventavano tali per vocazione, per «chiamata». Quando una di loro moriva faceva venire ai piedi del letto la sua prescelta e con un semplice gesto le passava il potere.
Al paese lo dicevano tutti: l’amore di Soriano per Sara s’era indebolito. I giovani s’erano sposati l’anno prima. Per un po’ di tempo filò tutto come l’olio, poi come per mistero, qualcosa cominciò ad andare storto.
Sara avrebbe venduto anche l’anima per salvare il suo amore, e lo fece. Andò da lei, da nonna Abelarda che gli prescrisse la formula: Spalma il tuo corpo nudo di miele e rotolati su una stuoia piena di semi di spelta. Raccogli bene ogni grano appiccicato alla tua pelle e fai macinare lo staio pieno. Attenta però, prega il mugnaio di far girare la macina al contrario. Impasta la farina, cuocila col semolino e fanne un pane per tuo marito. Faglielo mangiare la sera del venerdì Santo, prima della «funzione secca» e vedrai che il suo desiderio per l’altra si spegnerà». Dopo la Pasqua Sara ritrovò la felicità.
Ma nonna Abelarda, la strega, non faceva il bene per il bene e non aveva limiti. Non poteva. Un brutto giorno fu trovato morto il primogenito del figlio di Abelarda. Una morte improvvisa, strana, inspiegabile. Unico indizio alcuni segni violacei sul collo del «mortino». La triste notizia fece il giro del paese per la durata di un baleno. Tutti erano d’accordo: dietro quella morte c’era qualcosa che non andava. Gatta ci covava...
Ognuno compatì il padre e consolò la madre che piangeva il figlio disperatamente. Ogni giorno questa si recava sulla tomba del figlio per fargli compagnia. Non si voleva dare pace e pregò il Signore di farglielo vedere in sogno, almeno un’altra volta. Fu accontentata. Una notte lo vide. Il bimbo la salutò con un sorriso e mentre la madre, piangendo, gli raccontava tutto il suo amore, il bambino rivelò la causa della sua morte. Disse che la nonna paterna, trasformatasi in gatta, gli aveva tolto la vita graffiandogli e soprattutto succhiandogli anche l’ultima goccia di sangue rimastogli in corpo.
«Attenta madre - disse il piccolo spaventato - la strega ha nelle sue intenzioni di uccidere anche mio fratello».
L’arcano era chiarito. Il padre allora s’appostò per settimane, ogni martedì sera, sotto il letto aspettando la bestia. Ad un certo punto comparve la nonna-gatta sulla finestra aperta. Si guardò in giro, miagolò tre volte prima di buttarsi sulla preda. Ma a quel punto saltò fuori il genitore che con un colpo di falcetto gli tagliò di netto la testa. Questa, saltando per la stanza come un boccino, aprì la bocca per rivelare al figlio matricida, nei suoi ultimi istanti di vita, una ben triste verità.
«Ho ucciso tuo figlio - disse con l’ultimo soffio di fiato disponibile - per vendicarmi di tua moglie che, con le sue moine, ti ha strappato al mio amore. E per questo motivo a lei ho voluto procurare lo stesso mio dolore».

Ultima modifica il Giovedì, 09 Novembre 2017 13:44

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