Domenica, 15 Febbraio 2015 00:04

Il personaggio Agostini racconta il Mito

Scritto da Francesco Dorla - Giornale di Brescia

Serata a Padernello con il campionissimo delle due ruote tra storia e aneddoti «Mv Agusta come una famiglia. Ancor oggi festeggio i compleanni con i meccanici»
Un’atmosfera da fiaba ha accolto al castello di Padernello ilcampione, Giacomo Agostini, diventato oramai mito. E fra gli appassionati di tutte le età che hanno voluto conoscere da vicino il grande pilota, anche il nostro Bruno Giacomelli, che con «Ago» ha duellato quando dalle moto, in chiusura di una fulgida carriera, il campionissimo è passato alle ruotescoperte.

In un salone delle feste gremito, con una larga presenza anche femminile, Agostini ha subito dato un nuovo spunto per i suoi biografi. «Io sono bresciano. Sono nato a Brescia (nel 1942, il 16 giugno) e solo qualche tempo dopo mio padre si è trasferito per lavoro a Lovere».

Lovere. Il lago d’Iseo. Le strade della sponda orobica più di quella bresciana come teatro delle prime scorribande.

Qualche gimcana. Qualche scommessa con gli amici.«Sono nato con le due ruote in testa - dice - ed ho avuto la fortuna che il notaio amico di famiglia al quale mio padre chiese consiglio quando volevo iniziare a correre in moto, capì bicicletta invece di motociclette e gli disse di lasciarmi fare. Si vede che Gesù mi ha aiutato...».

Gli aneddoti del grande campione sono tanti ed una serata non basta per ripercorrere la lunga carriera fatta di 15 campionati del mondo in tredici stagioni. Già, perché all’epoca era usuale correre più prove nella stessa giornata. «Io correvo con le 350 e la 500. Come il giorno, a Monza, dell’incidente mortale di Pasolini e Saarinen. Secondo me avvenuto per il grippaggio di una delle due moto. Io avevo appena finito la gara della 350 e di olio in pista proprio non ce n’era. Se invece ci fossero state le vie di fuga che ci sono ora, quasi certamente non sarebbero morti».

Qualche paragone tra ora e allora. Sarebbe possibile, per esempio, rivedere ora un pilota correre in più cilindrate nella stessa giornata? «Io credo di sì, ma oramai guadagnano così tanto a fare una sola gara, che non hanno più nemmeno la voglia di andare oltre il loro compitino».

E l’atmosfera intorno ai circuiti? «Cambiata, non c’è più umanità.Intanto tra il paddock ed i tifosi ora hanno alzato un muro, invece una volta c’era maggior contatto. Ora, invece, un pilota scende dal suo motorhome con il casco già indosso, trova ad aspettarlo chi lo porta in pista con il motorino e nemmeno gli si vede il volto. L’unica cosa che non è cambiata è lo spirito della competizione, le gare sono diverse, ma restano bellissime».

A proposito di spettacolo: Valentino Rossi punta al decimo mondiale, riuscirà almeno ad infastidire Marquez? «Sarà una bella sfida e Valentino è motivatissimo. Può succedere di tutto...».

Il nome di Giacomo Agostini resterà legato in maniera indissolubile alla Mv Agusta(«e pensare che il Conte era convinto che non sapessi guidare le sue moto, gli dissi di farmi provare e lui prenotò la pista di Monza solo per farmi fare i birilli... Poi iniziò la storia»), la motocicletta italiana che sviluppò in maniera da renderla quasi perfetta. E con la quale vinse in tutte le categorie, compreso ilT ourist Trophy dell’isola di Man, circuito «domato» dieci volte (è il pilota non britannico ad aver vinto più volta il TT) sul quale dopo la morte dell’amico Gilberto Parlotti, nel ’72, non volle più tornare.

Ma oltre alla Mv, occupano un posto nella carriera di Agostini altre due moto:la Mo- rini e la Yamaha. «Con la Morini iniziai a correre da professionista. Accadde tutto a Bologna, quando con una moto quasi normale vinsi la Bologna-San Lu- ca sotto gli occhi di Alfonso Morini, il quale mi fece firmare il primo contratto da professionista. Finita invece la lunga storia con la Mv, passai alla Yamaha. Iniziai il rapporto con i giapponesi passando da loro una settimana che ricordo per il fatto di non aver mai mangiato un pezzo di pane...Ma con la Yamaha vinsi la 200 miglia di Daytona precedendo Kenny Roberts. Lui, che nei giorni precedenti continuava a dire che non ci sarebbe stata storia, perché era lui il vero campione. In gara, invece, dominai, anche se ad un certo punto pur essendo primo volevo ritirarmi perché ero del tutto disidratato. Pur curando sempre ogni aspetto della competizione, compreso quello della preparazione fisica(fui lp rimo ad avere un suo preparatore fisico), non avevo preso in considerazione quell’aspetto.

Poi, però, pensai ai tanti tifosi, a chi aveva preso l’aereo dall’Europa, non solo dall’Italia, per vedermi correre. Ripartii. Vinsi. Quindi dissi a Roberts: ’hai visto chi è il campione’?».

Giacomo Agostini. Il mito che ha riscaldato ilcastello di Padernello. L’uomo dalla classe cristallina e dalla grande umanità. L’uomo che i compleanni li festeggia ancora adesso con i suoi meccanici. «La mia grande seconda famiglia. Io ho fatto fruttare i talenti che mi sono stati dati, ma a loro devo molto».

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