Martedì, 05 Settembre 2017 17:31

FRANCO ARMINIO: «AUSPICO UN SESSANTOTTO DELLE MONTAGNE»

Scritto da Nicola Rocchi - Giornale di Brescia

Un mestiere «necessario ma inesistente». È quello del «paesologo», la definizione che dà di se stesso Franco Arminio, poeta («uno dei più importanti di questo Paese» secondo Roberto Saviano), scrittore, regista e maestro elementare, nato nel 1960 nel piccolo paese di Bisaccia, in provincia di Avellino. Giovedì 7 settembre, alle 21, Arminio aprirà al Castello di Padernello la quinta edizione della serie di incontri "L’uomo in viaggio».

Porterà le sue poesie (l’ultima raccolta è «Cedi la strada agli alberi», Chiarelettere, 160 pagine, 13 euro) e parlerà del suo instancabile andare tra i borghi di una «Italia interna» poco conosciuta, della battaglia appassionata che conduce da anni - attraverso scritti, immagini, iniziative pubbliche, interventi su giornali e web - per salvare dall’abbandono i paesi della montagna meridionale e farne riscoprire l’«antica bellezza» con uno sguardo nuovo.

Arminio, cosa fa esattamente un paesologo?

È anzitutto una persona che vive in un piccolo paese, rimanendo fedele ai suoi luoghi. È attento a questi luoghi, che in molti casi non ricevono attenzione nemmeno da chi ci abita. Io dico spesso: se ne sono andati tutti, specialmente chi è rimasto. Quando si parla di ripopolare i paesi bisogna pensare anche a un ripopolamento cognitivo, a far rimanere qui la testa della gente. Il paesologo guarda al presente e al futuro dei paesi di cui si occupa. Sono convinto, infatti, che le comunità umane possono trovare nella forma-paese la loro dimensione, e che queste realtà devono sopravvivere, perché possono diventare ottimi luoghi per la vita sulla terra.

Dichiara di preferire i paesi «falliti, poveri, arresi», che non interessano a nessuno. Cosa rivelano?

Mostrano qualcosa che possiamo chiamare desolazione. Gli abitanti sono pochi, il centro storico è vuoto... Ma la scoperta che ho fatto in questi anni è che possono rilasciare una sorta di sentimento di beatitudine. Qui si può stare bene, c’è una commozione che non si può provare nei paesi più grandi o nelle città. Non hanno successo economico, ma sono molto belli, e ho dimostrato concretamente che quando si fa qualche iniziativa di tipo artistico tutto in essi viene esaltato.

I «suoi» paesi sono anche quelli dei terremoti: L’Aquila, l’Emilia, Amatrice... Lei ha scritto che ci vorrebbe «un grande cantiere Appennino». Con pochi riscontri.

Di recente ho commentato su Facebook una misura in apparenza marginale: l’aumento del 280% delle bollette elettriche sulle seconde case. Sembra una scelta giusta, ma per i paesi di cui parliamo è una vera e propria tassa occulta, perché qui la seconda casa resta vuota, non si trova chi l’affitta o la compra. Così lo Stato dà uno e toglie dieci, incamerando denaro senza far nulla. Sono convinto che nei politici italiani c’è una disattenzione profonda verso queste realtà.

La designazione di Matera a Capitale della cultura 2018 può offrire nuove opportunità?

Segnala proprio quel cambio di paradigma estetico di cui parlavo. Cinquant’anni fa, paragonando Arezzo e Matera, la prima sarebbe stata probabilmente la città «bella», mentre oggi nessuno fa più questo discorso. Da qui a un cambiamento vero, però, ce ne vuole: gli italiani non guardano oltre Matera, e nella stessa Lucania non c’è ancora una piena consapevolezza della bellezza di queste terre. Il problema è che di paesi belli ne abbiamo tanti, e allora li sottovalutiamo. In altre nazioni certi paesi nostri sarebbero capitali del turismo, mentre qui passano inosservati.

Lei invita a guardare l’Italia tenendo insieme «l’occhio di Leopardi e quello di Pasolini»...

Leopardi rappresenta lo sguardo più malinconico, contemplativo, rivolto alla bellezza. Quello di Pasolini è un occhio più militante, perché dobbiamo anche combattere. Vivere nei paesi, vederne l’abbandono, produce un dolore. Non deve però essere rassegnato, rancoroso, ma un dolore che combatte. Io auspico una sorta di Sessantotto delle montagne, mi piacerebbe che chi abita in questi posti prendesse coscienza che ci sono delle vere e proprie rapine in atto. Si viene privati di servizi essenziali, come la scuola o l’ospedale, a favore delle aree dove abitano più elettori. Ma la gente non reagisce, spesso sono comunità deboli, divise, sfiduciate.

In tutto questo, qual è il ruolo della poesia?

Credo di praticare una forma di poesia molto diversa dal resto dei poeti italiani. La porto nei paesi, nelle piazze, la uso come forma di impegno civile, perché per me deve stare tra la gente. Non sono per nulla convinto che la poesia debba essere oscura, difficile, per pochi. Penso anzi che, quando la politica va in crisi, la poesia possa essere una forma di supplenza.

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